I temi del recupero | WWF Italy

I temi del recupero

Cosa recuperare e come

1. Recupero delle aree industriali dismesse o parzialmente utilizzate

Una grande quantità di aree industriali sono sottoutilizzate (lotti non assegnati, capannoni abbandonati, incompleti, non produttivi da anni o mai entrati in produzione) nonostante siano servite da strade, impianti di fognatura, illuminazione e terreni già predisposti.

Le soluzioni possibili sono principalmente di due tipi:
• Recupero dei manufatti per altre destinazioni d’uso
, sia individuando ambiti singoli o puntuali, sia analizzando situazioni più complessive (ad esempio una piccola area artigianale dismessa in prossimità di un centro abitato, o un caso come quello di aree industriali più estese dov’è necessario dare una diversa prospettiva al comparto industriale dichiarato non più produttivo). Tra le aree afferenti a questa tipologia si cita ad esempio il caso dell’area industriale infrastrutturata con fondi pubblici intorno al porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria) dove circa 2/3 delle superfici sono ancora inutilizzate o sottoutilizzate (fonte: elaborazioni WWF Italia).

• Rinaturalizzazione, soprattutto in relazione ad aree solo parzialmente occupate, o ad aree connesse ai siti industriali. Si cita, ad esempio, il caso di Saline Ioniche ove, sebbene gli impianti industriali siano stati costruiti, non sono mai entrati in produzione (dati: superficie totale: circa 700.000 mq, superficie totale occupata/pavimentata circa 231.200 mq; metri cubi edificati: 216.660 mc). E’ possibile operare un grande progetto di riqualificazione ambientale e di conservazione dei Pantani (area SIC e Oasi WWF) aumentando la naturalità dell’area e restituendone la funzionalità a fini agricoli, ricreativi, balneativi. 

2. Recupero di aree intercluse o marginali all’urbanizzazione

Nella vorticosa espansione delle aree urbane molti terreni sono risultati interclusi; nelle aree periferiche l’onda trasformativa (connessa all’urbanizzazione) spesso ha prodotto un degrado molto più rilevante di quanto abbia direttamente interessato l’edificato esistente. Recuperare queste aree ad attività sociali, culturali, ricreative, migliora la qualità della vita degli abitanti (orti urbani, ricostruzione di ecosistemi, attività di associazioni, agricoltura di prossimità, etc).
Un esempio per questa tipologia di aree è il Progetto di recupero naturalistico e produttivo presente dal 2009 al XII Municipio di Roma. Un progetto partecipato dalla popolazione del quartiere che ipotizza nell’area golenale un’estesa rinaturalizzazione, il ripristino di attività agricole, il recupero dei manufatti per finalità sociali (un ristorante con prodotti biologici, la sede di cooperative sociali, bar), orti urbani e la possibilità di percorsi a piedi, in bici e a cavallo.

3. Recupero di aree degradate

Le aree industriali, la concentrazione di strade e di manufatti, l’abusivismo e gli sversamenti non corretti hanno spesso creato un degrado diffuso soprattutto nelle periferie urbane. La bonifica e la riqualificazione di queste aree è auspicabile in quanto restituisce alla comunità locale un bene comune privato al territorio per altre funzioni. Spesso la riqualificazione di tali aree è complessa per i costi comportati dalle bonifiche ma le potenzialità insite a queste operazioni sono altamente produttive sul lungo periodo, come dimostrano le operazioni di tal tipo nelle grandi capitali europee.
Un esempio al quale si può fare riferimento per quanto riguarda le aree degradate è quello del Litorale di Lago Patria (NA). In questo caso, si ritiene che la riqualificazione naturalistica possa portare una nuova economia locale.

4. Recupero di altre aree

Aree demaniali militari
Le aree e gli edifici afferenti al demanio militare sono numerosissime. Per citare alcuni casi: in Sardegna le aree di tal tipo occupano 144.230 ettari (superficie costruita di 467.600 mq per un volume di circa 4,5 milioni di mc; elaborazioni WWF su dati Regione Sardegna). La Sardegna è una delle regioni maggiormente interessate dal demanio militare. Anche in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio e in Campania (in misure diverse) vi è un patrimonio di aree ed edifici significativo e non utilizzato che viene privatizzato senza un piano complessivo, senza una reale riappropriazione da parte delle comunità e senza la considerazione delle  relative esigenze, al solo fine di recuperare finanziamenti sul breve periodo.

Sedimi ferroviari
In Italia vi sono 5.535 km di linee non utilizzate, 502 km di tratti incompiuti e 940 km di linee con tratta variata, per un totale di 6.977 km di tratte ferroviarie dismesse (fonte: Database Ferrovie abbandonate, Associazione Italiana Greenways). Se si pensa che lungo queste linee esistono case cantoniere, stazioni e connessi piazzali, parcheggi, depositi e binari di deposito, si può immaginare quale patrimonio edilizio e infrastrutturale sia disponibile per il riuso e la riqualificazione.

Aree intercluse da infrastrutture lineari
Sono le aree prodotte dalla frammentazione causata dalle infrastrutture lineari, delimitate dagli svincoli o dagli affiancamenti di opere preesistenti. Si può portare a tal proposito l’esempio dell’affiancamento della nuova Aurelia e della linea FS Tirrenica. Nei tratti analizzati a campione, nella zona di Donoratico per una lunghezza di circa 18 km, vi sono circa 14 km di terreni interclusi con una larghezza tale da rendere difficile un’utilizzazione agricola (l’area interessa circa 35,0 ml di mq; fonte: dati WWF Italia).
Se si estende un dato similare all’intera rete delle infrastrutture lineari, si può ben comprendere le amplissime superfici in gioco e le destinazioni d’uso alle quali queste potrebbero essere dedicate (interventi di piantumazione finalizzati allo stoccaggio di CO2 o alla produzione di biomasse o alla riqualificazione paesaggistica e naturalistica).

5. Recuperi edifici isolati

Capannoni abbandonati
I capannoni in Italia sono circa 700.000. Si tratta di insediamenti in media di 1.000 mq ciascuno, occupando quindi 700.000.000 mq, pari a 70.000 ettari. Ipotizzando un’altezza media dei capannoni di 8/10 metri si determina una volume di circa 7.000.000.000 mc.
Considerando che solitamente i capannoni hanno superfici esterne per carico e scarico delle merci, parcheggi etc e che tali superfici sono mediamente tre volte superiori a quelle delle superfici coperte, si stima uno spazio occupati di circa 2.100.000.000 mq, pari a 210.000 ettari (Fonte: elaborazioni WWF su dati Agenzia del territorio).

In sintesi in Italia vi sono orientativamente 700 kmq di capannoni e 2100 kmq di aree connesse; A titolo comparativo, tenendo conto che la superficie del comune di Napoli è di 117 kmq, l’area occupata dai capannoni e relativi servizi si stima equivalere a un’estensione pari a sei volte la città partenopea.

Le modalità di uso dei capannoni, molto spesso connessi ad attività di breve durata, e il perdurare di una profonda crisi economica comportano il fatto che molti di essi risultino inutilizzati, abbandonati, sotto utilizzati (o, in alcuni casi, non sono mai stati utilizzati).

Oggi non vi sono dati complessivi che fotografino la situazione italiana da questo punto di vista. In un censimento attuato in Canton Ticino, però, in un territorio contiguo a quello nazionale con una urbanizzazione simile, risultano potenzialmente dismessi 1.120 edifici (dismissione del 30.4% in media) per un totale di 804.591 metri quadrati edificati, equivalente a circa la superficie di una città come Bellinzona (per un volume di circa  5.000.000 di metri cubi edificati disponibili; fonte: www.arc.usi.ch/ris_ist_icup_pub02.pdf, 2007). Traslando indicativamente queste informazioni, è possibile avere un’idea di quale possa essere il fenomeno in Italia.

D’altra parte, in un’indagine a campione realizzata dal WWF Italia su di un sito internet di vendita e affitto di capannoni per il territorio del Veneto (http://www.corriereimmobiliare.com/ ) sono stati identificati 198 annunci immobiliari riguardanti offerte di vendita e affitto di capannoni industriali, per una superficie totale costruita di 291.364 mq. Anche in questo caso, si deve pensare che si tratta solo di quegli edifici che sono in vendita o in affitto (e quindi non si considerano quelli abbandonati ma non disponibili, quelli momentaneamente abbandonati, ecc). E questo prendendo in considerazione un solo soggetto che opera in un luogo specifico, con riferimento a un solo sito internet. Se questo dato si moltiplica per le diverse decine di operatori esistenti che trattano lo stesso territorio e lo stesso tema è possibile, con un poco di immaginazione, presumere quale sia la dimensione del fenomeno a livello nazionale.

Edilizia rurale in abbandono
Anche in questo caso è difficile disporre di un dato complessivo del patrimonio disponibile. A titolo esemplificativo: solo nel territorio comunale di Roma pare che esistano edifici rurali abbandonati nell’ordine delle migliaia. Anche se questo dato non fosse totalmente attendibile, è indubbio e anche facilmente percepibile che gli edifici rurali abbandonati siano moltissimi e che solo in alcune aree del paese (alcune zone dell’Italia centrale) siano stati oggetto di uno specifico e diffuso interesse. In gran parte del territorio nazionale rimangono infatti inutilizzati e lasciati al degrado.

Edifici non utilizzati

Dai dati ISTAT risulta che dei quasi 29 milioni di abitazioni complessivamente esistenti in Italia, quasi 5 milioni sono o seconde case o abitazioni non occupate.

Nella sola Torino nel 2009 il Comune e la polizia municipale hanno redatto una mappatura degli edifici abbandonati in città. Erano in tutto 109, 46 pubblici e 63 privati, 30 ex stabili residenziali, 45 un tempo adibiti a servizi, 24 aree industriali e 10 cascine
Fonte

A Milano vi sono tre milioni e mezzo di metri cubi di uffici pubblici e privati non più utilizzati, cascine, ex fabbriche e scali ferroviari, con superfici che vanno da una singola stanza di 20 metri quadri a interi edifici a più piani
Fonte di cui  circa 880 mila sono uffici sfitti
Fonte