Geopolitica della scarsità | WWF Italy

Geopolitica della scarsità

Mentre le condizioni di sicurezza alimentare vanno deteriorandosi, sta emergendo una pericolosa geopolitica della scarsità in cui ciascun paese, agendo in nome dell'interesse nazionale, contribuisce a rafforzare i processi in atto.
La data d'inizio può essere fissata al tardo 2007, momento in cui i paesi esportatori di frumento, tra cui Russia e Argentina, posero limiti o divieti alle esportazioni per cercare di controbilanciare l'aumento dei prezzi sul mercato interno. Seguendo lo stesso ragionamento, il Vietnam ha proibito per qualche mese l'esportazione di riso, e così altri paesi esportatori più piccoli. Tali provvedimenti, apparentemente rassicuranti per chi in questi paesi ci abita, hanno creato il panico nelle decine di stati che dipendono dalle importazioni per la fornitura cerealicola.
A questo punto, mentre il prezzo dei cereali e della soia triplicava, i governi importatori si resero conto, tutto d'un tratto, di non poter più fare affidamento sul mercato. Le contromisure, per alcuni paesi, si sono concretizzate nel tentativo di concludere accordi bilaterali di lungo periodo per assicurarsi la fornitura negli anni a venire. Le Filippine, un paese che di riso è un forte importatore, ha negoziato un accordo triennale col Vietnam che ne garantisce la fornitura per un milione e mezzo di tonnellate annualmente. Una delegazione proveniente dallo Yemen, che attualmente importa quasi tutto il frumento del quale necessita, si è recata in Australia nella speranza di negoziare un accordo simile. L'Egitto ha siglato un patto con la Russia per oltre 3 milioni di tonnellate di frumento l'anno. Altri importatori hanno trovato simili soluzioni. Ma in un mercato ove i venditori hanno la maggiore forza contrattuale , ben pochi hanno avuto successo.
L'impossibilità di negoziare accordi commerciali di lungo periodo è stata accompagnata, nei più ricchi tra i i paesi importatori, da una serie di risposte senza precedenti, caratterizzate dal tentativo di comprare o affittare per lunghi periodi grandi estensioni di terra coltivabile in stati stranieri. Al diminuire delle scorte alimentari, stiamo assistendo a una gara disperata per accaparrarsi la terra che va ben al di là dei confini nazionali. La Libia, che importa il 90 % dei suoi cereali e guarda con preoccupazione alla possibilità di poter accedere agli approvvigionamenti alimentari, è stato uno dei primi stati a guardare oltre le sue frontiere. Dopo più di un anno di negoziati, ha raggiunto un accordo: i libici coltiveranno 100.000 ettari di terreno in Ucraina, seminando frumento per sfamare il proprio popolo. Questa forma di acquisizione territoriale è tipica di quei governi che hanno aperto un nuovo capitolo nella gestione geopolitica del cibo.
Sono particolarmente sorprendenti le cifre relative ai negoziati di questo tipo già raggiunti o in fase di discussione. L'International Food Policy Research Institute (IFPRI) ha stilato una lista di circa 50 accordi, basandosi su un ampia rassegna stampa mondiale. Dato che non è disponibile un registro ufficiale di queste transazioni, nessuno sa per certo quante ne esistano. Né quante ce ne saranno. Questa ondata di acquisizioni territoriali per coltivare alimenti in stati oltre frontiera è uno dei più grandi esperimenti di geopolitica mai condotti.
Il ruolo dei governi nel processo di acquisizione non è sempre lo stesso. In alcuni casi, sono aziende di proprietà statale a comprare le terre, in altri casi si tratta di privati che agiscono tramite la mediazione delle strutture diplomatiche governative che si occupano di negoziare un contratto favorevole per gli investitori. Gli stati che stanno comprando terra sono soprattutto quelli le cui popolazioni hanno esaurito, o stanno esaurendo, le proprie risorse di acqua e suolo, inclusi l'Arabia Saudita, la Corea del Sud, la Cina, il Kuwait, la Libia, l'India, l'Egitto, la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar. L'Arabia Saudita sta negoziando l'acquisto o l'affitto di terre in almeno 11 stati, tra cui l'Etiopia, la Turchia, l'Ucraina, il Sudan, il Kazakistan, le Filippine, il Vietnam e il Brasile.
Le nazioni che si stanno impegnando a vendere o affittare terre coltivabili sono, invece, paesi a basso reddito e, nella maggior parte dei casi, in zone ove la fame e la malnutrizione sono all'ordine del giorno. Alcuni dipendono dal Programma Alimentare Mondiale (PAM) per parte dei rifornimenti alimentari. Il Financial Times ha scritto che nel marzo del 2009 i sauditi hanno festeggiato la consegna del primo carico di riso prodotto su terre acquistate in Etiopia, paese in cui il PAM lavora per nutrire 4,6 milioni di persone. Altro stato scelto dai sauditi e da numerosi altri paesi importatori di grano è il Sudan, che per ironia della sorte è anche il paese dove la PAM è più impegnata nella lotta alla fame.
L'Indonesia ha accettato di cedere agli investitori sauditi 2 milioni di ettari di terra la maggior parte dei quali da destinare a risaie. Il gruppo saudita Binladin sta negoziando lo sfruttamento di 500.000 ettari di terra per la produzione di riso nella provincia indonesiana di Papua, ma l'accordo pare sia in stallo per problemi di natura finanziaria)
Per la dimensione degli investimenti, è la Cina che spicca. La ditta cinese ZTE International si è assicurata il diritto di produrre olio di palma su 2,8 milioni di ettari (6,9 milioni di acri) nella Repubblica Democratica del Congo. L'olio di palma, va sottolineato, può essere impiegato sia in cucina, sia per produrre biocarburanti, il che ci indica come la competizione tra cibo e combustibile si stia facendo sentire anche nel campo delle acquisizioni di terreno all'estero. Il dato va messo a confronto con il fatto che sono 1,9 milioni gli ettari usati in Congo per produrre mais, l'alimento di base per 66 milioni di congolesi. Come l'Etiopia e il Sudan, anche il Congo dipende dalla PAC per la sopravvivenza. Intanto, la Cina sta negoziando l'acquisto di altri 2 milioni di ettari in Zambia, da usare per la coltivazione di jatropa, un arbusto perenne dai cui semi si può estrarre l'olio. Inoltre, la Cina ha acquistato terreni, o ha in progetto di farlo, in Australia, Russia, Brasile, Kazakistan, Myanmar e Mozambico.
La Corea del Sud, tra i più grandi importatori al mondo di mais, ha investito in diversi paesi: siglando accordi in Sudan per circa 690.000 ettari coltivabili a frumento, si è posta in prima linea nella corsa alla sicurezza alimentare. Tanto per farsi un'idea, è un'area che equivale ai tre quarti dei 930.000 ettari attualmente coltivati a riso in Corea del Sud, dove il riso è l'alimento principale. I coreani sembrerebbero anche interessati ai territori orientali della Russia, dove progettano coltivazioni di mais e soia.
Una caratteristica delle acquisizioni territoriali che passa per lo più inosservata è il fatto che queste sono anche di acquisizioni di acqua. Che sia terra irrigata o che ci piova, averne il possesso significa anche mettere le mani sulle risorse idriche del paese ospitante. Le terre acquistate in Sudan sono irrigate con l'acqua del Nilo, fiume che è già soggetto ad uno sfruttamento completo. La coltivazione di questi campi potrebbe significare semplicemente minori risorse idriche per l'Egitto, che diventerebbe così sempre più dipendente dalle importazioni di cereali.
Molti interrogativi accompagnano queste acquisizioni territoriali concordate bilateralmente. Tanto per cominciare, negoziati ed accordi mancano di trasparenza. Nella maggior parte dei casi, sono coinvolti alti ufficiali dell'esercito, e i termini del contratto sono confidenziali. Come se non bastasse l'esclusione di molti diretti interessati dal tavolo delle trattative (pensiamo, ad esempio, i contadini locali), delle quali non vengono nemmeno informati, se non a giochi fatti. Se consideriamo il fatto che difficilmente nei paesi in cui i campi sono venduti o affittati le terre produttive verranno lasciate incolte, aleggia il sospetto che molti contadini locali verranno costretti a spostarsi. I loro terreni potrebbero essere confiscati oppure acquistati a prezzi imposti dall'alto. Tutto questo contribuisce a spiegare come mai la firma di questo tipo di accordi viene spesso accompagnata dall'ostilità della popolazione ospitante.
Per fare un esempio, la Cina ha firmato un accordo con il governo delle Filippine per l'affitto di oltre un milione di ettari di terra i cui raccolti sarebbero stati portati verso la madrepatria. Non appena si è sparsa la voce, la rabbia della popolazione, in particolare dei contadini filippini, ha costretto il governo a fare marcia indietro. Una situazione simile si è verificata in Madagascar, dove la sudcoreana Daewoo Logistics era impegnata a negoziare lo sfruttamento di oltre 1 milione di ettari di terra, un'area grande come metà del Belgio. Lo scandalo ha contribuito ad alimentare la rabbia popolare che ha portato a un cambio di governo ed alla cancellazione dell'accordo. La Cina sta anche affrontando proteste popolari in Zambia, dove vorrebbe acquisire ben 2 milioni di ettari di terra coltivabile.