L'introduzione di Gianfranco Bologna | WWF Italy

L'introduzione di Gianfranco Bologna

Mentre sto scrivendo questa introduzione sono connesso al sito dell’United States Census Bureau che, nella sua homepage www.census.gov  , presenta il dato in tempo reale degli abitanti nel mondo e negli Stati Uniti. Oggi, 10 maggio 2008 alle ore 17.30, la popolazione mondiale è di 6.666.789.904 abitanti.

Gianfranco Bologna - Introduzione a “Piano B 3.0”, pubblicato da Edizioni Ambiente nel 2008

 
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Limiti della nostra crescita sulla terra

Avevamo iniziato il secolo scorso con 1,6 miliardi e lo abbiamo concluso superando i 6 miliardi
Oggi, 7 marzo 2010 alle ore 17.30, mentre sto scrivendo l’Introduzione a “Piano B 4.0”, il sito dell’United Census Bureau ci dice che la popolazione mondiale è di 6.807.018.917 abitanti. Secondo, invece, il sito www.worldometers.info , coordinato dal gruppo di ricercatori e volontari organizzati nel Real Time Statistics (www.realtimestatistics.org ) la popolazione mondiale' è, alla stessa data, più di 6.830.000.000. I migliori demografi ed i più autorevoli centri di ricerca internazionali sul tema ci dicono che, in questo secolo, la popolazione umana andrà stabilizzandosi e potrebbe probabilmente declinare alla fine del secolo stesso.

Ma resta il fatto che la straordinaria crescita della popolazione che ha avuto luogo dal secolo scorso ad oggi, accoppiata alla continua crescita dei nostri sistemi economici, all’inarrestabile crescita della pressione, dell’utilizzo, della trasformazione e della distruzione dei sistemi naturali della Terra e alla continua crescita dei rifiuti e degli scarti prodotti dai metabolismi delle nostre società, hanno creato una società umana sempre più insostenibile rispetto alle capacità rigenerative e ricettive dei sistemi naturali che ci sostengono.

Immaginate che cosa ha potuto significare per i sistemi naturali del nostro pianeta, che garantiscono la vita dell’uomo, la continua e crescente pressione, in quantità e qualità, del numero e dell’incremento dei livelli di consumo di energia e di risorse, in soli cento anni.

Ai primi del 2009, le Nazioni Unite hanno reso noto il nuovo “World Population Prospect: the 2008 Revision” (United Nations, 2009). La Revisione 2008 costituisce il ventunesimo rapporto sul tema pubblicato dalle Nazioni Unite, a partire dal 1950 (negli ultimi anni la cadenza di questo assessment è biennale) e costituisce il punto di riferimento internazionale più autorevole esistente sui temi della popolazione e della sua evoluzione nel tempo.

La popolazione mondiale che, come abbiamo visto, ora è di 6,8 miliardi di abitanti dovrebbe raggiungere i 7 miliardi nel 2012 e si prevede che sorpasserà i 9 miliardi nel 2050.
Più dei 2.3 miliardi di abitanti che si aggiungeranno in questo periodo, andranno ad ampliare la popolazione dei paesi cosiddetti in via di sviluppo che si prevede cresceranno dai 5.6 miliardi del 2009 ai 7.9 miliardi del 2050. Invece la popolazione dei paesi sviluppati si modificherà in maniera minima passando dagli 1.23 miliardi agli 1.28 miliardi e potrebbe persino declinare a 1.15 miliardi ove la prevista migrazione netta prevista dai paesi in via di sviluppo (calcolata su una media di 2.4 milioni l’anno dal 2009 al 2050) non dovesse verificarsi.

La crescita della maggioranza di questa popolazione, il 95%, avrà luogo nei paesi cosiddetti in via di sviluppo, e l’Africa presenta il tasso di crescita superiore rispetto agli altri continenti, il 2,4% all’anno. Ci si aspetta che la popolazione di questo continente andrà, seguendo la variante media, al raddoppio nel 2050, raggiungendo i 2 miliardi.
Cina, India e Stati Uniti sono i paesi più popolosi del mondo. L’attuale popolazione indiana di 1,1 miliardi dovrebbe raggiungere 1,7 miliardi nel 2050, mentre quella cinese, oggi di 1,3 miliardi, dovrebbe raggiungere 1,4 miliardi entro il 2050. Queste due nazioni da sole rappresentano il 37% della popolazione mondiale di oggi. Nel 2006 gli abitanti degli Stati Uniti hanno raggiunto quota 300 milioni e nel 2050 dovrebbero toccare i 420 milioni.

Come sappiamo nel 2008 la popolazione urbana ha sorpassato, per la prima volta nella nostra storia (e probabilmente sarà un passaggio irreversibile), quella rurale. In più di mezzo secolo la popolazione mondiale urbana è infatti cresciuta dai 732 milioni di abitanti, che erano presenti nel 1950 nelle città di tutto il mondo, ai 3,15 miliardi del 2005. L’88% della crescita che avrà luogo dal 2000 al 2030 avverrà nelle città dei paesi in via di sviluppo. Un chiarissimo rapporto pubblicato da un gruppo di esperti riuniti dal parlamento britannico ha dimostrato che gli obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals, voluti dai governi di tutto il mondo nel famoso Millennium Summit delle Nazioni Unite del 2000, per sradicare l’estrema povertà e la fame, per ridurre la mortalità infantile, per avviare la sostenibilità ambientale ecc.) non saranno mai raggiunti o vi sarà una significativa difficoltà a raggiungerli se si continuerà a ignorare un puntuale lavoro di pianificazione familiare nei paesi in via di sviluppo, destinato soprattutto ai 2 miliardi di persone che oggi vivono con meno di 2 dollari al giorno (Campbell et al., 2007). È questo un impegno previsto nel Piano di implementazione scaturito dall’ultima conferenza delle Nazioni Unite su popolazione e sviluppo, tenutasi a Il Cairo ormai nel 1994 e completamente disatteso.

Oltre alla popolazione cresce anche il prodotto globale lordo, sebbene la grave crisi finanziaria ed economica che attanaglia le società umane ha contribuito ad affievolire questa crescita inarrestabile. Nel 2006 il prodotto lordo globale, il totale aggregato di tutti i beni finiti e i servizi prodotti a livello mondiale, ha sorpassato i 65.100 miliardi di dollari (nel 1970 era di 18.600 miliardi di dollari, nel 1980 di 27.600 miliardi di dollari, nel 1990 di 38.100 miliardi di dollari e nel 2000 di 52.300 miliardi di dollari). L’incremento rispetto all’anno precedente (il 2005, durante il quale il PIL globale ha raggiunto i 62.700 miliardi di dollari) è stato del 3,9% e per questo incremento, la crescita del PIL cinese, da sola, ha contribuito per oltre un terzo.

Nel 2008 il prodotto globale lordo ha raggiunto la cifra di 69.000 miliardi di dollari, con una crescita in percentuale che costituisce una decelerazione rispetto alle medie degli anni precedenti a causa della recessione globale che è andata emergendo durante l’anno (Worldwatch Institute, 2009 e 2010).

Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è cresciuto nel 2007 di 2,1% circa, mentre quello della Cina dell’11,7%, una cifra veramente impressionante che si porta dietro enormi problemi ambientali e sociali (basti pensare, per citare un solo esempio, che oggi soltanto l’1% dei 560 milioni di cinesi che vivono in aree urbane respirano aria che può essere definita non inquinata secondo i parametri dell’Unione Europea). La crescita continua del prodotto globale lordo dimostra lo straordinario incremento dei metabolismi dei nostri sistemi sociali e quindi dei flussi di energia, materie prime, risorse naturali, nonché la trasformazione continua di ambienti e le pressioni ecosistemiche esercitate nei confronti dei metabolismi dei sistemi naturali.

Come scrive nel suo ultimo libro Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University e Special Adviser del segretario generale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo del Millennio, con una popolazione in crescita entro il 2050, il prodotto globale lordo potrebbe raggiungere l’incredibile cifra di 420.000 miliardi di dollari. La domanda che sorge spontanea è come sia veramente possibile che si possa continuare su questa strada senza accrescere i rischi di un collasso della nostra civiltà rispetto alla capacità della Terra di farsi carico di noi.

Bibliografia aggiuntiva

Hansen J., 2009, Storms of my grandchildren. The truth about the coming climate catastrophe and our last chance to save humanity, Bloomsbury. 

Rockstrom J. et al., 2009, A Safe Operating Space for Humanity, Nature, vol,461; September 2009; 472-475.

Rockstrom J. et al., 2009 , Planetary Boundaries. Exploring the Safe Operating Space for Humanity, Ecology and Society, 14 (2), 32 online www.ecologyandsociety.org/vol14/iss2/art32.

United Nations, 2009, World Population Prospect: The 2008 Revision. Highlights, Department of Economic and Social Affairs, Population Division, United Nations.

Worldwatch Institute, 2009, Vital Signs, Norton.

Worldwatch Institute, 2010, Vital Signs, Norton.
 

L’Antropocene

L’impatto che la continua crescita quantitativa e qualitativa della nostra specie esercita su tutte le complesse sfere del sistema Terra è ormai veramente preoccupante e non fa che confermare quanto il periodo che stiamo attraversando possa essere definito, nell’ambito della geocronologia del nostro pianeta, Antropocene, dalla felice intuizione del premio Nobel per la chimica Paul Crutzen che ha proposto tale definizione già nel 2000 (Crutzen e Stoermer, 2000, Crutzen, 2002).

Questa proposta è ormai ben ufficializzata nella comunità scientifica internazionale che, proprio recentemente, ha fatto presente che il termine può essere accettato dai geologi che elaborano e verificano la scala geologica del nostro pianeta proprio sulla base delle prove sin qui acquisite, a dimostrazione della profonda trasformazione che la specie umana ha esercitato sulla Terra (Zalasiewicz et al., 2008).

Tutte le conoscenze scientifiche sino ad oggi raccolte documentano chiaramente che i sistemi naturali sono sottoposti a una straordinaria e profonda modificazione e distruzione dovuta alla pressione umana, basata sulla crescita, materiale, quantitativa e continua del nostro intervento. Grazie ai dati provenienti dai satelliti che scrutano il nostro pianeta sono state elaborate vere e proprie mappe dell’“impronta umana” sul pianeta (Sanderson et al., 2002). Un’impronta che ha trasformato fisicamente le terre emerse dal 75 all’83% dell’intera loro superficie.

Sempre ai primi del 2008, un team di noti scienziati esperti di ecosistemi marini ha concluso un approfondito e interessante lavoro che ha permesso di tratteggiare la mappa globale dell’impatto umano su questa tipologia di ecosistemi (Halpern et al., 2008). La mappa fornisce una straordinaria sistematizzazione dei dati esistenti circa il nostro impatto sugli oceani e i mari del mondo, e il quadro che ne emerge non è certo confortante.

L’analisi del team di studiosi indica che nessuna area può definirsi non influenzata in qualche modo dall’intervento umano e che un’ampia frazione degli ecosistemi marini (il 41%) risulta fortemente impattata da diversi fattori antropogenici. Alcuni ecosistemi marini presentano gli effetti sinergici di numerosi impatti a causa dell’intervento umano di origine terrestre e marina. Tra queste aree il Mare del Nord, il Mare di Norvegia, i mari cinesi orientale e meridionale, i Caraibi orientali, il Mare orientale nord-americano, il Mar Mediterraneo, il Golfo Persico, il Mare di Bering e i mari attorno allo Sri Lanka.

Nel 2009, sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature”, nel numero pubblicato proprio mentre a Pittsburg aveva luogo il meeting del G20, è apparso un documento di grandissimo valore, non solo scientifico, frutto della collaborazione di 29 tra i maggiori scienziati delle scienze del sistema Terra e della scienza della sostenibilità, tra i quali il già citato Premio Nobel, Paul Crutzen. Il lavoro è dedicato a sottolineare come il nostro impatto sui sistemi naturali stia facendo preoccupare l’intera comunità scientifica, perché in molte situazioni siamo ormai vicini a dei punti critici (a delle vere e proprie “soglie”), oltrepassati i quali gli effetti a cascata che ne derivano possono essere devastanti per l’umanità. Per questo motivo i 29 scienziati hanno deciso di tentare di indicare, in questo lavoro, “i confini del pianeta” (Planetary Boundaries) che l’intervento umano non può superare, pena il subire effetti veramente negativi e drammatici per tutti i sistemi sociali.
Il rapporto ricorda che la specie umana ha potuto godere negli ultimi 10.000 anni (nel periodo geologico che stiamo vivendo, definito Olocene dell’era Quaternaria) di una situazione, pur nelle ovvie dinamiche evolutive che interessano tutti i sistemi naturali, di discreta stabilità delle condizioni che ci hanno consentito di incrementare il numero di esseri umani ed anche le nostre capacità di utilizzo e trasformazione delle risorse.

Oggi invece, come abbiamo sopra ricordato ci troviamo in un nuovo periodo, definito proprio dal premio Nobel Paul Crutzen, Antropocene, così chiamato a dimostrazione di come la pressione umana sui sistemi naturali del pianeta sia diventata talmente pesante da essere paragonabile alle grandi forze geologiche che hanno modificato la Terra durante l’arco di tutta la sua vita. Gli studiosi ci ricordano che esiste un grave rischio per l’umanità, dovuto all’inaccettabile cambiamento prodotto da noi stessi, nel passaggio dall’Olocene all’Antropocene.

Questa pressione è oggi a livelli veramente elevati, come ci dimostrano tutte le ricerche del Global Environment Change (il cambiamento ambientale globale) oggetto di approfondite analisi da parte di tutti gli scienziati del sistema Terra (vedasi il sito www.essp.org). Pertanto i 29 scienziati individuano nell’analisi pubblicata su “Nature” che rimanda ad un rapporto più esteso, pubblicato sulla rivista “Ecology and Society” (vedasi www.ecologyandsociety.org), nove grandi problemi planetari e sottolineano che per tre di questi le ricerche svolte sin qui dimostrano che siamo già oltre il “confine” che non avremmo dovuto sorpassare.
Queste nove problematiche sono: il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell’utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione di aerosol atmosferici, l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.
Per tre di questi e cioè cambiamento climatico, perdita di biodiversità e ciclo dell’azoto, come dicevo, siamo già oltre il confine indicato dagli scienziati. E gli studiosi indicano per ognuno di questi tre grandi ambiti il confine proposto. Per il cambiamento climatico si tratta sia della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera (calcolata in parti per milione di volume –ppm -) sia del cambiamento del forcing radiativo, cioè per dirla in maniera molto semplice la differenza tra quanta energia “entra” e quanta “esce” dall’atmosfera (calcolato in watt per metro quadro). Per la concentrazione di anidride carbonica nel periodo pre industriale, eravamo a 280 ppm, oggi siamo a 387 e dovremmo invece scendere, come obiettivo, al confine già superato di 350 (immaginatevi la portata della sfida di questo limite che, tra l’altro, non è stato neanche oggetto di discussione alla deludente conferenza di Copenaghen del dicembre 2009). Per quanto riguarda il forcing radiativo in era preindustriale è stato calcolato “zero”, oggi è 1.5 watt per metro quadro, mentre il confine accettabile viene indicato dagli studiosi a 1 watt per metro quadro. Su queste tematiche vale la pena di leggere il bel libro del grande climatologo James Hansen, direttore del Goddard Institute of Space Studies della NASA e professore alla Columbia University, uno degli autori di questo lavorio apparso su “Nature” (Hansen, 2009).

Per la perdita di biodiversità si valuta il tasso di estinzione, cioè il numero di specie estinte per milione all’anno. A livello pre industriale si ritiene che questo tasso fosse tra 0.1 e 1, oggi viene calcolato a più di 100, deve invece rientrare, come obiettivo, nel confine ritenuto accettabile di 10. Per il ciclo dell’azoto si calcola l’ammontare di azoto rimosso dall’atmosfera per utilizzo umano (in milioni di tonnellate l’anno). A livello preindustriale si ritiene che tale ammontare fosse zero, oggi è calcolato in 121 milioni di tonnellate l’anno, mentre il confine accettabile, come obiettivo, viene indicato in 35 milioni di tonnellate annue. Così il team di studiosi indicano i “confini”, dove lo ritengono possibile, anche per gli altri sei ambiti prima ricordati (per ogni ulteriore informazione è bene visitare il sito dell’autorevole Stockholm Resilience Centre www.stockholmresilience.org i cui direttori Carl Folke e Johan Rockstrom sono tra gli autori del rapporto)
Il ragionamento che conduce ai Planetary Boundaries è lo stesso che è alla base del concetto dei limiti della nostra crescita materiale e quantitativa su questo Pianeta che presenta chiari limiti biofisici.

La necessità di un Piano B

Nessuna persona sensata oggi può dubitare del fatto che i modelli di sviluppo socioeconomici dominanti siano insostenibili rispetto alle capacità del pianeta di supportarci e sopportarci e che, quindi, sia necessario un urgente cambiamento di rotta. In una situazione di questo tipo diventa indispensabile per l’intera umanità pensare seriamente a un vero e proprio Piano B, a percorsi socioeconomici molto diversi da quelli sin qui perseguiti e alle modalità per attuarli concretamente.

Già nel 1972 il primo rapporto al Club di Roma realizzato dal System Dynamics Group del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) aveva chiaramente indicato l’insostenibilità del nostro modello di crescita economica (Meadows et al., 1972). Nella premessa di quel lungimirante volume, il team del comitato esecutivo del Club di Roma, creato e presieduto da Aurelio Peccei (1908-1984), una figura dalle straordinarie qualità umane e intellettuali del quale proprio quest’anno cade il centenario della nascita, e allora composto oltre che da Peccei da Alexander King, Saburo Okita, Eduard Pestel, Hugo Thienamm e Carroll Wilson, scriveva: “Le sue conclusioni (del rapporto, ndr) indicano che l’umanità non può continuare a proliferare a ritmo accelerato, considerando la crescita materiale come scopo principale, senza scontrarsi con i limiti naturali del processo, di fronte ai quali essa può scegliere di imboccare nuove strade che le consentano di padroneggiare il futuro, o di accettare le conseguenze inevitabilmente più crudeli di una crescita incontrollata”.

Gli autori del rapporto scrivevano: “Possiamo anticipare le conclusioni che emergono fino a questo punto del nostro lavoro. Non siamo però i primi a fare affermazioni del genere, giacché a conclusioni simili sono pervenuti già da diversi decenni tutti coloro che si sono messi a considerare il mondo nel suo complesso secondo una prospettiva di lunga scadenza (nonostante ciò, la grande maggioranza delle autorità politiche di tutti i paesi sembra indirizzata a perseguire obiettivi che appaiono in contrasto con queste indicazioni).

1) Nell’ipotesi che l’attuale linea di crescita continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali), l’umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali della crescita entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale.

2) È possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di stabilità ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio globale potrebbe essere definita in modo tale che vengano soddisfatti i bisogni materiali degli abitanti della Terra e che ognuno abbia le stesse opportunità di realizzare compiutamente il proprio sviluppo umano.

3) Se l’umanità opterà per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà a operare in tale direzione”.

Un Piano B va in questa direzione e dalla pubblicazione del primo rapporto al Club di Roma sono passati ormai 38 anni.

Il valore del Piano B di Lester Brown

Lester Russell Brown è veramente la persona adatta per scrivere un libro come questo. Nel 1980 l’amico Adriano Buzzati Traverso, scienziato di fama internazionale e grande esperto di problemi ambientali (in quel periodo era anche Senior Adviser del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente – UNEP) pubblicò, nella collana da lui diretta per Sansoni, dal titolo Il Pianeta, l’allora nuovo libro di Lester Brown "Il 29° giorno", uscito due anni prima negli Stati Uniti.

Un libro straordinariamente lucido e chiaro che poneva in concreto le basi concettuali ed operative di ciò che oggi definiamo sviluppo sostenibile. Non si trattava certo del primo libro di Lester Brown pubblicato in italiano. La casa editrice Mondadori, nella sua serie delle Edizioni Scientifiche e Tecniche (EST), aveva già pubblicato due libri di Brown, I limiti alla popolazione mondiale. Una strategia per contenere la crescita demografica, nel 1974, con una bella premessa proprio di Adriano Buzzati Traverso, e Di solo pane. Un piano d’azione contro la fame nel mondo, nel 1975, scritto in collaborazione con Erik Eckholm.

Proprio Lester Brown nel 1974, quindi solo due anni dopo la pubblicazione del rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, aveva fondato il Worldwatch Institute, un istituto indipendente di analisi integrata dei problemi ambientali, sociali ed economici del mondo, che ha acquisito negli anni una straordinaria fama internazionale, grazie proprio alla principale qualità di Lester Brown, vale a dire la sua capacità di lettura transdisciplinare delle problematiche mondiali.

Brown ha fatto scuola trasmettendo questo “stile” a ogni ricercatore dell’Istituto (e in tutti questi anni se ne sono avvicendati parecchi) e facendo diventare i rapporti del Worldwatch dei veri e propri best seller, nonché punti di riferimento della cultura mondiale sull’ambiente e la sostenibilità: primo fra tutti l’annuario State of the World, uscito per la prima volta nel 1984 e tradotto ogni anno in oltre 30 lingue.

I temi che tratta il Worldwatch Institute sono, in buona sostanza, gli stessi sui quali opera sin dal 1968 il Club di Roma, una struttura internazionale informale, costituita da un centinaio di membri provenienti da diverse parti del mondo, tutte figure di notevole spessore intellettuale, con background culturali, formativi e professionali diversi, accomunate dalla preoccupazione per il nostro futuro e per la scarsa capacità da parte della nostra specie di gestire i problemi che ha provocato.

Pochi anni prima della pubblicazione de Il 29° giorno, avevo avviato un profondo rapporto di amicizia con Peccei e Buzzati Traverso, anch’egli membro del Club di Roma. Successivamente conobbi anche Lester Brown, con il quale ho intrecciato una bella amicizia e un’affascinante collaborazione che mi ha spinto a promuovere l’edizione italiana di quasi tutti i suoi libri. La prima edizione italiana di State of the World è del 1988 e, da allora, ho il piacere di esserne il curatore: un’esperienza che considero una meravigliosa avventura intellettuale. Dal 1998 l’annuario è pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente.

I rapporti personali con Peccei, Buzzati Traverso (purtroppo interrotti per la scomparsa di Buzzati nel 1983 e di Peccei nel 1984), Brown e molti altri, mi hanno in qualche modo consentito di vivere l’elaborazione della concezione della sostenibilità del nostro sviluppo sociale ed economico, che ha visto come momenti ufficiali le due grandi conferenze delle Nazioni Unite: quella su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro del 1992, e quella sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg del 2002. In veste di esperto non governativo della delegazione italiana ho partecipato a entrambe.
Ancora oggi credo che Il 29° giorno sia un libro fondamentale, perché offre oltre all’analisi della situazione in cui ci troviamo anche la proposta di intraprendere una nuova strada, desiderabile e possibile, verso la sostenibilità della nostra presenza sul pianeta.

Il titolo di quel volume prendeva spunto proprio da un indovinello di cui si servono gli insegnanti francesi per insegnare ai ragazzi la natura della crescita esponenziale (indovinello che fu comunicato da Robert Lattès a Donella Meadows, allora al Massachusetts Institute of Technology di Boston, una delle autrici del primo famosissimo rapporto al Club di Roma, I limiti dello sviluppo). L’indovinello recita: “In uno stagno c’è una foglia di ninfea. Ogni giorno che passa, il numero delle foglie si raddoppia: due foglie il secondo, quattro il terzo, otto il quarto, e così via”. La domanda che segue è: “Se lo stagno si ricopre interamente di foglie il trentesimo giorno, quando si troverà coperto per metà?”.

La risposta è: “Il 29° giorno”

Brown si serve dell’indovinello per trattare la tesi centrale del libro: il nostro pianeta può essere paragonato allo stagno di ninfee. Se la presenza umana, sia in termini semplicemente numerici, relativi alla crescita della popolazione (quando il libro fu pubblicato nel 1978, la popolazione umana era di 4 miliardi), sia in termini di stili di vita, nonché di utilizzo e trasformazione delle risorse e di produzione di rifiuti, non modifica la sua strada basata sulla continua crescita materiale e quantitativa, allora entro la prossima generazione il pianeta potrebbe trasformarsi completamente, diventando inospitale per noi stessi.

Brown scrive: “Una lettura attenta dei segnali indica che le pressioni sui principali sistemi biologici e sulle principali risorse di energia della Terra stanno aumentando. Sollecitazioni molto forti sono chiaramente percepibili in ciascuno dei quattro principali sistemi biologici – le zone di pesca oceaniche, i pascoli, le foreste e le terre coltivate – da cui l’umanità dipende per il cibo e le materie prime industriali. Se si fa eccezione per i terreni agricoli, sono tutti essenzialmente sistemi naturali, modificati poco o nulla dall’uomo. In grandi aree del mondo, la pressione di una domanda umana crescente su questi sistemi ha raggiunto il punto in cui essa comincia a incidere negativamente sulle loro capacità produttive. Le discussioni sulle prospettive di crescita economica a lungo termine si sono concentrate in anni recenti sulle risorse non rinnovabili, specialmente su minerali o combustibili fossili. L’attenzione sulle risorse non rinnovabili è stata rafforzata dall’assunto implicito che, poiché le risorse biologiche sono rinnovabili, non era il caso di preoccuparsene troppo. In realtà, invece, si sono andate contraendo le basi tanto delle risorse non rinnovabili quanto di quelle rinnovabili. I sistemi biologici della Terra costituiscono il fondamento del sistema economico mondiale. Oltre al cibo, i sistemi biologici forniscono praticamente tutte le materie prime all’industria, eccezion fatta per i minerali e per le sostanze sintetiche derivate dal petrolio”.

“Quattro miliardi di esseri umani” – ricordo ancora che la versione originale del libro di Brown risale al 1978 – “con crescenti aspirazioni esercitano una grande pressione su questi sistemi biologici, spesso soverchiando la capacità della natura di continuare a far fronte a lungo termine a queste richieste”.
“Il deterioramento dei sistemi biologici non è un problema secondario che interessi soltanto agli ecologi. Il nostro sistema economico dipende dai sistemi biologici della Terra. Tutto ciò che minaccia la vitalità di questi sistemi biologici minaccia anche l’economia mondiale. Ogni deterioramento di questi sistemi rappresenta un deterioramento delle prospettive dell’umanità”.

“La restaurazione di un rapporto stabile fra l’umanità e i sistemi naturali che sostengono la vita umana non potrà non preoccupare gli uomini politici nei prossimi anni e nei prossimi decenni. Gli adattamenti che dobbiamo oggi introdurre nei modelli di consumo, nella politica demografica e nel sistema economico, se vogliamo preservare i sostegni biologici dell’economia mondiale, sono profondi; essi rappresentano una sfida molto impegnativa sia per l’intelligenza dell’uomo sia per la sua capacità di modificare il proprio comportamento”.

Il libro espone quindi la situazione dei problemi derivanti dalla crescita demografica, dallo sfruttamento energetico, dalla situazione alimentare, da quella economica, dalla distribuzione della ricchezza fra le società e dalla distribuzione della ricchezza all’interno delle società, per poi dedicarsi alle proposte relative alla necessità di adattamento tra le dimensioni e i bisogni della popolazione umana e lo stato delle risorse del pianeta, agli elementi fondamentali di tale adattamento e ai mezzi per concretizzarlo.

Scrive Brown: “Il bisogno di adattare la vita umana simultaneamente alla capacità di rigenerazione dei sistemi biologici della Terra e ai limiti delle risorse rinnovabili richiederà una nuova etica sociale. L’essenza di questa nuova etica è l’adeguamento: l’adeguamento del numero e delle aspirazioni degli esseri umani alle risorse e alle capacità della Terra. Questa nuova etica deve soprattutto arrestare il deterioramento del rapporto dell’uomo con la natura. Se la civiltà, quale la conosciamo oggi, deve sopravvivere, quest’etica dell’adeguamento deve sostituire la dominante etica della crescita”.
“La soluzione che daremo al problema di arrestare il deterioramento del rapporto fra la popolazione umana, che oggi conta già quattro miliardi di individui, e i sistemi e le risorse naturali della Terra, inciderà su ciò che mangeremo, su quanto pagheremo la casa e su quanti figli potremo avere. Alcuni considereranno i mutamenti che ci attendono con allarme, o anche in termini apocalittici. Altri, fra i quali si schiera l’autore, ritengono che i problemi delineati in questo libro siano solubili, ma che per risolverli in modo soddisfacente sarà necessaria una dose eccezionale di volontà politica e di intelligenza”.

L’etica dell’adattamento costituisce proprio uno degli elementi centrali del concetto di sostenibilità del nostro sviluppo. Un concetto che si è andato evolvendo in questi ultimi tre decenni, producendo una straordinaria e affascinante elaborazione transdisciplinare che, di fatto, sta portando a una vera e propria Sustainability Science, una scienza della sostenibilità (si veda, tra gli altri, Kates, et al., 2001; AA.VV., 2003; Bologna, 2003 e 2008).

Nel 2001 Lester Brown – che nel frattempo ha lasciato il Worldwatch Institute, alla cui presidenza è succeduto il suo “allievo” Christopher Flavin – ha fondato l’Earth Policy Institute, un istituto di analisi transdisciplinare che ha l’obiettivo precipuo di dimostrare la praticabilità immediata di una vera e propria eco-economia (come viene analizzata e proposta da anni da molti studiosi che nel 1987 hanno dato vita all’International Society of Ecological Economics). L’istituto in questi primissimi anni di vita ha già pubblicato tre volumi, tutti scritti da Lester Brown e tutti fortunatamente tradotti in italiano. Il primo intitolato Eco-economy, il secondo Bilancio Terra e il terzo, che qui viene proposto nella sua nuova, aggiornata e fortemente ampliata quarta versione (dopo che Edizioni Ambiente aveva pubblicato già la prima e la terza), Piano B.
Il Piano B di cui parla Brown in questo volume vuole essere la traccia di un vero e proprio piano alternativo, che dovrebbe essere varato al più presto, per avviare una concreta inversione dell’attuale rapporto negativo esistente tra i sistemi naturali e la specie umana e realizzarne uno nuovo, certamente più positivo e armonico.

La cultura scientifica e transdisciplinare della sostenibilità sta facendo progressi ragguardevoli, come ci dimostra la stessa opera portata avanti da centri come il Worldwatch e l’Earth Policy Institute. E non può non colpire la constatazione del gap macroscopico che ancora separa questi progressi e l’inadeguata, quando non del tutto assente, risposta politica. La teoria e la prassi della sostenibilità hanno oggi al loro arco molte frecce, la cui praticabilità è dimostrata da tanti esempi concreti. La conoscenza scientifica che si sta accumulando sul funzionamento dei sistemi naturali, e sul ruolo dell’intervento umano esercitato su di essi, in seno alla comunità scientifica ha consentito di raggiungere una convergenza su alcune importanti conclusioni.

Non a caso in occasione della prima Open Science Conference intitolata Challenges for a Changing Earth, organizzata dai grandi programmi internazionali di ricerca sul cambiamento globale nel luglio 2001, da allora riunitisi nell’Earth System Science Partnership (www.essp.org) per lavorare in maniera maggiormente sinergica, hanno sottoscritto una dichiarazione comune che, tra l’altro, afferma: “I cambiamenti indotti dalle attività umane nel suolo, negli oceani, nell’atmosfera, nel ciclo idrologico e nei cicli biogeochimici dei principali elementi, oltre ai cambiamenti della biodiversità, sono oggi chiaramente identificabili rispetto alla variabilità naturale. Le attività umane sono perciò a tutti gli effetti comparabili, per intensità e scala spaziale di azione, alle grandi forze della natura. Molti di questi processi stanno aumentando di importanza e i cambiamenti globali sono già una realtà nel tempo presente. (...) I cambiamenti indotti dalle attività antropiche sono causa di molteplici effetti che si manifestano nel sistema Terra in modo molto complesso. Questi effetti interagiscono fra di loro e con altri cambiamenti a scala locale e regionale con andamenti multidimensionali difficili da interpretare e ancor più da predire. Per questo gli eventi inattesi abbondano. (...) Le attività antropiche hanno la capacità potenziale di fare transitare il sistema Terra verso stati che possono dimostrarsi irreversibili e non adatti a supportare la vita umana e quella delle altre specie viventi. La probabilità di un cambiamento inatteso nel funzionamento dell’ambiente terrestre non è ancora stata quantificata ma è tutt’altro che trascurabile. Per quanto riguarda alcuni importanti parametri ambientali, il sistema Terra si trova oggi ben al di là delle soglie prevedibili di variabilità naturale, per lo meno rispetto all’ultimo mezzo milione di anni. La natura di questi cambiamenti che hanno già luogo simultaneamente nel sistema Terra, la loro intensità e la velocità con cui si manifestano non hanno precedenti nella storia della Terra. Il pianeta sta in questo momento operando in uno stato senza precedenti confrontabili. (...) Il modo corrente di gestione del sistema Terra non è più un’opzione percorribile e deve essere al più presto sostituito con strategie di sviluppo sostenibile che possono preservare l’ambiente e, allo stesso tempo, perseguire obiettivi di sviluppo sociale ed economico” (si veda, tra gli altri, Alverson et al., 2002; Steffen et al., 2002). Oggi numerosi altri volumi pubblicati come prodotto delle ricerche dei tantissimi scienziati che operano nell’Earth System Science Partnership non fanno altro che rafforzare ed ampliare, con ulteriori conoscenze, quanto affermato nella dichiarazione di Amsterdam.

Il primo rapporto pubblicato dal grande programma internazionale del Millennium Ecosystem Assessment, patrocinato dalle Nazioni Unite (Millennium Ecosystem Assessment, 2003 e 2005; www.maweb.org), suggerisce che le stime di circa 3 miliardi in più di esseri umani, e un previsto quadruplicamento dell’economia mondiale entro il 2050, implicano un notevole incremento nella domanda e nel consumo di risorse fisiche e biologiche, così come di un incremento del nostro impatto sugli ecosistemi del mondo e una riduzione degli stessi servizi che essi forniscono al nostro benessere.
Il benessere della nostra specie e i progressi verso uno sviluppo sostenibile – secondo il rapporto del Millennium Ecosystem Assessment – sono strettamente dipendenti dal miglioramento delle capacità di conservare e gestire gli ecosistemi del pianeta. Infatti, mentre cresce la nostra domanda e quindi la nostra pressione sui servizi che gli ecosistemi ci forniscono garantendo cibo e acqua, la nostra azione negativa su di essi diminuisce la loro capacità di soddisfare le esigenze umane. Politiche e azioni mirate per invertire il degrado degli ecosistemi possono conseguire risultati positivi, non soltanto su questi, ma anche sul nostro benessere. Sapere quando e come intervenire richiede conoscenze adeguate sullo stato di salute degli ecosistemi, sulle loro dinamiche naturali e sulla loro interazione con i sistemi sociali. La migliore informazione non garantisce automaticamente decisioni e azioni corrette, ma è senza dubbio un prerequisito per prendere decisioni migliori.

Queste conclusioni non fanno che confermare quanto la scienza ambientale sta dicendo ormai da diversi decenni, e cioè che è indispensabile ridurre il nostro “peso” sulla Terra.

Una nuova economia

Per ottenere l’obiettivo di ridurre il nostro impatto sul pianeta abbiamo bisogno di una vera e propria rivoluzione del sistema economico e dei suoi assunti (Daly, 2001).

Necessitiamo di un’economia capace di considerare la sua dipendenza dai sistemi naturali con tutto ciò che ne discende: una contabilità ambientale che integri quella economica, una valutazione economica dei servizi degli ecosistemi, meccanismi di politica economica che consentano di penalizzare le attività, le produzioni e i consumi che danneggiano l’ambiente e di favorire le attività e le produzioni che invece lo rispettano, scelte energetiche compatibili con le esigenze ambientali, una riduzione e un miglioramento di efficienza nei flussi di energia e materie prime nel sistema economico, e altro ancora. Su tutti questi fronti esistono ormai un’ampia letteratura e tante pratiche concrete.

Un ambito nel quale si stanno affinando le ricerche riguarda l’interessante campo delle analisi dei flussi dei materiali, cioè la mobilitazione complessiva di risorse che viene effettuata da una determinata nazione e dal suo processo economico e produttivo. Questi studi dimostrano una volta di più l’estrema necessità di disporre di una contabilità ecologica da affiancare alla tradizionale contabilità economica, come base per le decisioni della politica.

Il World Resources Institute ha pubblicato nel 1997 un interessante rapporto sul flusso dei materiali nell’economia statunitense, giapponese, tedesca e olandese, in collaborazione con il National Institute for Environmental Studies giapponese, il Wuppertal Institute tedesco e il Ministero per l’Ambiente e la pianificazione olandese (Adriaanse et al., 1997). Nel 2000 il World Resources Institute ha reso noto un altro studio (Matthews et al., 2000), relativo alle medesime quattro nazioni cui si è aggiunta l’Austria, grazie al contributo dell’Institute for Interdisciplinary Studies of Austrian Universities. La ricerca ricorda che, attualmente, i paesi misurano la loro crescita e performance economica attraverso il sistema della contabilità nazionale, che non prevede la misura delle “transazioni” fisiche nell’economia. I politici e i decisori hanno quindi una scarsa idea della richiesta di materie prime delle moderne economie, e dispongono di pochi indicatori in grado di segnalare lo stato di salute delle risorse e dei sistemi naturali. Con l’eccezione degli indicatori di efficienza energetica, poca attenzione viene riservata alle relazioni esistenti tra la richiesta di materie prime e l’output economico.

Esaminando i flussi di materiali in Austria, Germania, Giappone, Paesi Bassi e Stati Uniti, lo studio dei cinque istituti di ricerca ha sviluppato un primo importante contributo ad un modello di contabilità del ciclo dei materiali attraverso il processo di estrazione, lavorazione, utilizzo e produzione di rifiuti, oggi molto avanzato e perfezionato in seguito ad una notevole serie di ulteriori studi e ricerche sul tema che ha avuto luogo in questi ultimi anni. In queste economie industriali una quota compresa fra la metà e i tre quarti dell’input annuale di risorse è restituita all’ambiente sotto forma di rifiuti entro l’anno. L’output di materiali che tornano all’ambiente nei cinque paesi dello studio va dalle 11 tonnellate metriche pro capite annue in Giappone, alle 25 tonnellate pro capite annue negli Stati Uniti. Se a questi flussi si aggiungono i cosiddetti hidden flows (i flussi nascosti, quelli che normalmente non sono mai calcolati, come l’erosione del suolo, la mobilitazione di suolo per attività minerarie, la terra movimentata per costruire ecc.), il totale dell’output di materiali passa dalle 21 tonnellate metriche pro capite annue del Giappone alle 86 degli Stati Uniti.

Dai dati raccolti si evidenzia un disaccoppiamento tra la crescita economica e il flusso complessivo di risorse (resource throughput) pro capite e per unità di prodotto interno lordo, ma l’uso globale di risorse e la produzione di rifiuti nell’ambiente complessivamente continuano a crescere. Gli autori concordano nel riconoscere che le analisi dei flussi fisici di materie prime sono di grande utilità e vanno assolutamente tenute in considerazione nelle decisioni politiche. Inoltre è fondamentale migliorare il quadro di conoscenze complessive che diano sempre più conto ai decision maker della necessità di agire per modificare questa situazione non positiva.

Oggi queste ricerche sono andate molto avanti proprio perché è sempre più evidente che un prerequisito per avviare percorsi di sostenibilità dei nostri sistemi sociali è costituito dalla riduzione del flusso del metabolismo sociale. Le ricerche degli ultimi anni offrono una notevole quantità di dati per comprendere meglio questo flusso. Nell’ambito di un vasto progetto di ricerca realizzato dall’Unione Europea e definito MOSUS (Modelling opportunities and limits for restructuring Europe towards sustainability) si è provveduto a realizzare il primo assessment mondiale dell’utilizzo delle risorse. I dati dell’estrazione delle risorse, disaggregate per più di 200 categorie di materiali, sono stati compilati per 188 paesi con delle serie di dati dal 1980 ad oggi.

L’estrazione globale di risorse dagli ecosistemi del pianeta risulta, secondo queste ricerche, cresciuta dai 40 miliardi di tonnellate del 1980 ai 60 miliardi di tonnellate nel 2008 (www.materialflows.net). Rispetto al 1980 oggi si richiede il 25% in meno di risorse naturali per produrre un’unità di valore economico, ma questo guadagno in efficienza è stato sorpassato dal fatto che dal 1980 al 2002 la crescita dell’economia globale è stata dell’82%.

Si prevede che il flusso di risorse, se i livelli di consumo continueranno a crescere e se non avranno luogo interventi politici per far declinare questo trend, raggiungerà nel 2020, 80 miliardi di tonnellate (Giljum et al., 2007).
Nel settembre 2009 si è tenuto a Davos in Svizzera, l’importantissimo World Resources Forum, voluto soprattutto da uno dei grandi pionieri dello studio dei flussi di materia che interessano i nostri metabolismi sociali rispetto a quelli naturali, che è Friederich Schmidt-Bleek, oggi presidente del Factor 10 Institute. La dichiarazione finale del Forum che ha visto la partecipazione di tanti illustri studiosi dell’uso delle risorse, è molto chiara: andare avanti con il modello di crescita continua di utilizzo delle risorse della Terra non è possibile, è quindi indispensabile assicurare la stabilità economica alle società umane in un mondo finito, modificando profondamente i nostri sistemi di produzione e consumo. E’ perciò necessaria una nuova strategia globale per gestire l’utilizzo delle risorse naturali che procuri un accesso equo a tutti gli esseri umani per il presente e mantenendo le loro disponibilità per le generazioni future.

Proprio in occasione del Forum, tra i tanti rapporti e ricerche presentate, il rapporto “Overconsumption? Our use of the world’s naturale resources” curato dai Friends of the Earth Europe e dal prestigioso Sustainable Europe Research Institute (SERI) diretto dal noto esperto dei flussi di materia Friederich Hinterberger , ha fornito ulteriori interessantissime argomentazioni e informazioni sul tema. L’attuale economia mondiale utilizza quindi 60 miliardi di tonnellate annue di risorse ricavate dagli ecosistemi e dalle viscere della Terra, che sono equivalenti al peso di più di 41.000 edifici come il noto Empire State Building di New York (cioè 112 Empire State Building ogni giorno). Quasi la metà di questa estrazione di risorse ha luogo in Asia, seguito dal Nord America con circa il 20% e l’Europa e l’America Latina con il 13% ciascuna, Africa con il 9% ed Oceania con il 3%.

Queste risorse naturali comprendono sia le rinnovabili che le non rinnovabili. Le rinnovabili comprendono tutte le biomasse e quindi i prodotti agricoli, zootecnici, forestali ed ittici mentre quelle non rinnovabili includono i combustibili fossili, i metalli ed i minerali utilizzati per la manifattura di automobili e computers e per costruire case ed infrastrutture. Oltre a ciò materiali addizionali sono estratti e rimossi dalla superficie del suolo ma non sono direttamente utilizzati nei processi produttivi. Questi materiali mobilitano un’ ulteriore estrazione annuale di almeno 40 miliardi di tonnellate. Quindi annualmente le nostre società mobilitano sui 100 miliardi di tonnellate di risorse naturali e materie prime.

Il Forum propone che i nostri sistemi economici debbano rispettare i limiti biofisici del pianeta. Dobbiamo quindi cercare di stabilizzare l’uso delle risorse ad un livello di 6-10 tonnellate pro capite l’anno al 2050 (si tratta di una stima basata sulle conoscenze sin qui acquisite sul tema). E’ evidente che le ulteriori ricerche in atto possono far riconsiderare questi dati, come avviene sempre in questi casi.

Il Forum nella sua dichiarazione finale ha concentrato le sue richieste su alcuni punti fondamentali tra i quali :

- avviare accordi internazionali su target globali pro capite di estrazione e consumo di risorse che dovrebbero essere effettivi al più tardi entro il 2015, con l’obiettivo di ottenere un disaccoppiamento veramente significativo tra lo sviluppo economico e l’utilizzo delle risorse;
- introdurre misure politiche efficaci per rafforzare moltissimo la produttività delle risorse e per far scendere la domanda di esse nel tempo utilizzando meccanismi di tassazione, meccanismi di “cap and trade” (come quelli utilizzati nel Protocollo di Kyoto) ecc.;
- introdurre urgentemente target dell’uso di risorse soprattutto nelle area di particolare delicatezza, quali gli ecosistemi di acque interne, le risorse del mare e le foreste tropicali, per ridurre significativamente la rapida distruzione della biodiversità e dei servizi degli ecosistemi;
- rafforzare e focalizzare le ricerche mirate all’obiettivo dell’incremento della produttività delle risorse;
- ottenere un consenso sociale entro il 2012 su indicatori ecologici ed economici (a livelli macro, meso e micro) legati al valore della natura e che vadano oltre il Prodotto Interno Lordo (PIL);
- ridisegnare i modelli delle imprese affinchè i ricavi siano basati sull’incremento della qualità dei servizi piuttosto che sulla vendita di prodotti materiali;
- avviare processi per ripensare gli stili di vita e sviluppare i pattern di consumo basati sulla sufficienza e l’uso attento e parsimonioso delle risorse naturali.


Anche se molti continuano ancora a far finta di niente e pensano che l’attuale crisi economica finanziaria sia dovuta solo a qualche eccesso di finanziarizzazione del sistema economico che, prima o poi, rientrerà, comincia invece a farsi sempre più diffusa e solida la consapevolezza che la crisi ci sta inviando anche segnali molto chiari sull’insostenibilità dei nostri attuali modelli di sviluppo, basati sul perseguimento di una continua crescita materiale e quantitativa.

La crisi economica è anche un sintomo della più ampia crisi sociale, ambientale e di valori delle nostre società industrializzate e degli effetti perversi che i fenomeni di globalizzazione, completamente fuori controllo, hanno prodotto in tutto il mondo. Anche nel mondo economico e politico si sta sempre più ampliando la necessità di nuove visioni, nuove impostazioni e nuove politiche, capaci di mettere in conto quanto sino ad oggi, nell’economia tradizionale, non ha visto riconosciuto il suo straordinario valore, come, ad esempio, il fondamentale capitale naturale, senza il quale non possiamo neanche vivere.

All’effervescente mosaico che si sta componendo in questi ultimissimi anni, relativo alle profonde riflessioni ed alle proposte operative scaturite da studi, rapporti, programmi ecc. che si stanno susseguendo a ritmi serrati ed affascinanti (dalle pratiche operative necessarie a realizzare un Piano B per l’intera umanità, all’avvio di programmi internazionali e nazionali per la Green Economy, alla rimessa in discussione di tutti gli indicatori classici di ricchezza e benessere, ecc.), un notevolissimo contributo viene fornito dall’avvincente programma definito TEEB, The Economics of Ecosystems and Biodiversity.

Il TEEB ha prodotto nel 2008 un primo rapporto intermedio e renderà noto il rapporto finale nell’autunno 2010 (vedasi www.teebweb.org), nel 2009 ha diffuso il suo rapporto dedicato ai policy makers (“TEEB for Policy Makers”).
Il TEEB, diretto dall’economista Pavan Sukhdev e lanciato dalla Germania e dalla Commissione Europea nel 2007 è oggi appoggiato dal Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP www.unep.org ) e da Regno Unito, Norvegia, Olanda e Svezia.

Questo programma mira a comporre tutte le esperienze, le conoscenze, i know-how esistenti in tutte le regioni del pianeta per rendere sempre più la nostra economia, sia nella teoria che nella pratica, basata sui fondamenti biofisici dei sistemi naturali che la supportano. Il TEEB dimostra, infatti, il fallimento dei mercati nel considerare adeguatamente il valore degli ecosistemi e dell’intera biodiversità del pianeta e dimostra proprio come le attività mirate alla conservazione, ripristino e razionale gestione delle risorse e dei sistemi naturali costituiscono un autentico investimento economico.

La mancanza di un prezzo di mercato per i servizi offerti dagli ecosistemi e per la biodiversità dimostra che i fondamentali benefici derivanti da questi beni (in molti casi beni pubblici e collettivi) sono quasi sempre negletti o sottovalutati nelle decisioni politiche. Gli effetti di queste sottovalutazioni si riverberano non solo nel peggioramento continuo e progressivo dello stato di salute degli ecosistemi del mondo intero che sono oggi sottoposti ad una pressione umana senza precedenti, ma anche sullo stato di salute dell’umanità e del benessere umano nel suo complesso.

Il valore degli ecosistemi e della biodiversità è oggi paradossalmente invisibile all’economia che guida le scelte politiche nel mondo intero. Le conoscenze scientifiche acquisite ci dimostrano che il capitale naturale, gli ecosistemi, la biodiversità e le risorse naturali, sono invece la base del benessere delle economie, delle società e degli individui. Il valore della miriade di benefici che derivano dalla ricchezza della natura presente sul nostro pianeta è ignorata e non presa in considerazione dal mondo politico-economico che, quotidianamente, decide ciò che condiziona la nostra esistenza. Stiamo quindi drammaticamente distruggendo le basi del nostro stock di capitale naturale e lo facciamo prima ancora di riconoscere il valore che stiamo perdendo. Il persistente degrado dei suoli, dell’acqua, delle risorse biologiche impatta negativamente sulla nostra salute, sulla nostra sicurezza alimentare, sulle scelte dei consumatori , sulle opportunità delle attività imprenditoriali.

Il rapporto TEEB dedicato ai policy makers richiede azioni immediate per quattro punti che vengono definiti priorità strategiche urgenti e che sono tutti trattati nel Piano B di Lester Brown:

1) Il blocco della deforestazione e del degrado degli ambienti forestali e boschivi del pianeta, che costituiscono una parte integrante della mitigazione per gli effetti del cambiamento climatico e producono un’amplissima serie di servizi e di beni per le popolazioni locali e per la più ampia comunità planetaria,

2) La protezione degli ambienti di barriere coralline, ai quali sono associate le vite di almeno mezzo miliardo di persone , attraverso sforzi significativi per ridurre l’incremento delle temperature medie della superficie della Terra e l’acidificazione degli oceani,

3) La salvaguardia e il ripristino delle aree globali di pesca, base fondamentale per tanta popolazione umana, ormai sull’orlo del collasso, con perdite ingenti valutabili in 50 miliardi di dollari l’anno,

4) Il riconoscimento del forte legame esistente tra il degrado degli ecosistemi ed il persistere della povertà degli abitanti delle aree rurali, avviando iniziative concrete per legare i diversi obiettivi del Millennio (Millennium Goals) sui quali si sono impegnati i governi di tutto il mondo, in sede ONU.


Il rapporto TEEB per i policy makers sottolinea inoltre l’importanza di essere capaci di misurare quello che si vuole gestire. Per questo è fondamentale che i decisori politici siano provvisti della migliore informazione possibile sulla base della quale prendere le conseguenti decisioni. In questo ambito diventa centrale estendere i sistemi di contabilità nazionale alla considerazione del valore della natura, come già proposto, in forme diverse, dal System of Economic Environmental Accounting (SEEA) delle Nazioni Unite e da tante importanti iniziative, come il lavoro della commissione coordinata dagli economisti Joseph Stiglitz, Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi, e voluta dal presidente francese Sarkozy, sui nuovi indicatori di benessere e dell’operato della Commissione Europea, del Parlamento Europeo, del Club di Roma e del WWF sul tema legato a come andare oltre il PIL, programma definito appunto “Beyond GDP”, ed il programma globale OCSE sulla misurazione del benessere (vedasi, ad esempio, i siti www.stiglitz-sen-fitoussi.fr e www.beyond-gdp.eu ). Inoltre il rapporto indica alcune proposte operative per dare subito valore economico agli ecosistemi ed alla biodiversità come il pagamento per i servizi che gli ecosistemi ci offrono (riconoscendo anche il ruolo che le comunità locali hanno come custodi di questi servizi), i meccanismi di mercato quali le certificazioni di prodotto, gli approvvigionamenti “verdi” (green procurement), gli standard e gli eco label, la riforma ambientale dei sussidi, con l’eliminazione degli attuali sussidi “perversi” che continuano a sovvenzionare, con soldi pubblici, per almeno 1.000 miliardi di dollari, attività negative per l’ambiente (come l’utilizzo dei combustibili fossili), l’avvio di standard ambientali che regolino i prezzi riconoscendo il giusto valore della dimensione ambientale dei prodotti e delle loro filiere produttive, il riconoscimento del valore aggiunto derivante dai sistemi di aree protette che garantiscono i servizi degli ecosistemi, l’investimento nelle cosidette “infrastrutture ecologiche” per incrementare la resilienza dei sistemi naturali e sociali, nei confronti dei cambiamenti globali ecc.

Diventa ormai sempre più impellente cambiare strada
...ed è necessario farlo piuttosto in fretta.


Dunque gli strumenti conoscitivi e operativi a disposizione della politica cominciano a essere ingenti, e la politica non ha più scuse per non agire. Come affermano Donella e Dennis Meadows e Jorgen Randers nel loro bellissimo volume I nuovi limiti dello sviluppo ponendosi il tema delle transizioni verso un sistema sostenibile: “Ma in che modo, concretamente, ognuno di noi può affrontare questi problemi? In che modo nel mondo può evolversi un sistema capace di risolverli? Vi è qui lo spazio per la creatività e la capacità di scelta. Le generazioni viventi a cavallo del XXI secolo sono chiamate non solo a riportare la loro impronta ecologica al di sotto dei limiti della Terra, ma, insieme, a ristrutturare il proprio mondo, interno ed esterno. Questo processo toccherà ogni ambito della vita e farà appello a ogni sorta di talento umano. Richiederà innovazioni tecniche e imprenditoriali, così come invenzioni a livello comunitario, sociale, politico, artistico e spirituale (...). Il passaggio dal mondo industriale allo stadio successivo della sua evoluzione non è una sciagura, ma una meravigliosa opportunità. Come cogliere questa opportunità, come costruire un mondo che sia non solo sostenibile, efficiente e giusto, ma anche profondamente desiderabile, è qualcosa che riguarda la capacità di guida, l’etica, l’immaginazione e il coraggio: tutte qualità che non appartengono ai modelli per calcolatore, ma al cuore e allo spirito umani”.

Questo libro di Lester Brown è un’ennesima dimostrazione di quanto sia possibile cambiare rotta, purché lo si voglia. Un’opera sempre più ampia e approfondita di alfabetizzazione su questi problemi è fondamentale, e tutti sono chiamati a essere protagonisti, e non semplici spettatori.


Gianfranco Bologna