Visita l'Oasi | WWF Italy

Visita l'Oasi


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Il Sentiero Natura dell’Oasi WWF di Valtrigona attraversa il piano montano, subalpino ed alpino di una vallata dei Lagorai, una delle aree di maggiore naturalità delle Alpi italiane. L’itinerario permette di entrare in contatto con i vari habitat e con la geomorfologia dell’Oasi. È dalla combinazione tra azioni di modellamento glaciale, colonizzazione della vegetazione e pregresso utilizzo da parte dell’uomo che si giunge all’attuale paesaggio.

Il sentiero aiuta il visitatore ad interpretare le varie componenti di questo piccolo, ma significativo, mosaico ecologico.
Il Sentiero Natura è un percorso classificabile come escursionistico (E), che permette di raggiungere l’Oasi WWF di Valtrigona, il Centro Visitatori e le Malghe, di entrare in contatto con i diversi habitat e paesaggi dell’Oasi, salendo fino a Forcella Valtrigona.
Da qui si può proseguire fino a raggiungere la splendida cornice pastorale di Malga d’Ezze. Il percorso è l’unico autorizzato all’interno dell’Oasi, per limitare il disturbo a flora e fauna. L’itinerario generale è indicato dai segnavia bianco/rossi della SAT, seguendo il sentiero CAI-SAT n. 374, mentre i contenuti naturalistici che vi si incontrano sono segnalati da due tipi di infrastrutture: bacheche informative e cippi lignei numerati che rinviano alle informazioni contenute nell'apposita guida (richiedibile a WWF Trentino A.A. o reperibile presso servizi e uffici turistici locali)

Si tratta quindi di un sentiero natura autoguidato che permette la visita autonoma. Punto di partenza è Malga Valtrighetta (a 1434 m s.l.m.), punto di arrivo è Malga Ezze (a 1954 m s.l.m.), raggiungibile attraverso Forcella Valtrigona (quota 2112 m s.l.m.). Il dislivello da superare in salita fino alla forcella è di circa 700 metri. Lo sviluppo è modesto e si aggira intorno ai 5 chilometri. A seconda delle soste e delle osservazioni che si faranno lungo il percorso, va calcolato un tempo di percorrenza in salita (da Malga Valtrighetta) compreso tra le 3 e le 4 ore, mentre per la discesa si possono impiegare circa 1.30-2 ore da Forcella Valtrigona. Per chi disponga di sola mezza giornata è consigliabile interrompere l’escursione a Malga Agnelezza, dalla quale si ha una visione degli ambienti d’alta quota dell’Oasi 

COME ARRIVARE

Chi arriva da Trento deve percorrere la s.s. 47 della Valsugana, per circa 40 km, e uscire a Borgo Valsugana o Castelnuovo; seguire poi le indicazioni per Telve e successivamente per il Passo Manghen e l’Oasi WWF. A circa 15 km da Telve, seguendo la strada provinciale del Manghen, si raggiunge Malga Valtrighetta, dove si deve parcheggiare l’automobile. Chi arriva da Bassano del Grappa deve percorrere la s.s. 47 della Valsugana per circa 50 km e uscire a Castelnuovo prendendo la direzione per Telve e seguendo poi le stesse indicazioni di cui sopra.

 
	© W. Tomio
Valtrigona
© W. Tomio

CIPPI

Cippo 1 - Il pascolo in Val Calamento   

La Val Calamento, con le sue convalli, ospita ancora un buon numero di vacche in alpeggio nella stagione estiva. Ciò contribuisce al mantenimento di un paesaggio seminaturale di particolare pregio, derivante dalla secolare interazione tra lavoro dell’uomo e ambiente naturale. Dissodando la foresta sono stati ricavati i pascoli secondari che oggi appaiono come gradevoli prati ricchi di fiori. Sono i cosiddetti “pascoli pingui”, destinati ai Bovini e utilizzati nel periodo estivo, quando le vacche dalle stalle dei paesi e del fondovalle vengono portate in montagna per nutrirsi di erbe profumate e migliorare la qualità del latte.   I pascoli più magri dei versanti montani e delle vette invece sono più adatti agli Ovini e ai Caprini. Nel passato la razza tipica delle vacche d’alpeggio era la Grigio alpina, un bovino leggero, rustico e adatto alla montagna. Oggi se ne può osservare ancora qualcuna, mescolata alle più frequenti Bruno alpine o pezzate, riconoscibile per il mantello grigio e una striscia scura sul muso. I prodotti caseari della Val Calamento sono un ottimo formaggio nostrano, fresco o stagionato, ricotta e burro. Da osservare è la selezione operata dalle vacche sulle erbe del pascolo: vengono accuratamente evitate alcune piante. Esse, come il colorato aconito dai fiori blu - violetto, sono velenose, oppure pungono, come i cardi e le ortiche, o provocano disturbi intestinali. Millenni di pascolo hanno trasmesso una sorta di memoria genetica alle vacche su cosa si deve o non si deve mangiare.   

Cippo 2 - La vita nel torrente alpino   

Il torrente Maso è un tipico corso d’acqua alpino permanente ricco di acque, che scorre su un letto di rocce porfiriche, con una successione di zone a scorrimento veloce, con piccole cascate, acque spumeggianti ricche di ossigeno, profonde pozze e piccole forre, alternate a zone dove le acque rallentano la loro corsa occupando un letto di maggiore larghezza.   Sono queste le zone “alluvionali”, in cui il corso del torrente può divagare nel caso di piene, depositando parte dei materiali trasportati e perdendo energia. È quindi assai importante il loro mantenimento, evitando di imbrigliare il corso d’acqua. Il torrente costituisce l’habitat ideale per i Salmonidi, qui rappresentati dalla trota fario, che hanno bisogno di acque fresche, pulite e ossigenate, e per numerosi macroinvertebrati acquatici che si nascondono sotto i sassi o si raccolgono in piccole anse riparate dalla corrente. Tali forme di vita hanno un importante ruolo nei meccanismi di autodepurazione dell’acqua e costituiscono la fonte nutritiva principale per le trote e per il curioso merlo acquaiolo (Cinclus cinclus). Questo uccello è capace di immergersi e camminare sul fondo del torrente per catturare piccoli organismi.     

Cippo 3 - La fustaia di abete rosso   

La pecceta rada si eleva con tronchi colonnari su di un basso sottobosco, formato da muschi, felci, erbe e distese di mirtilli. Rari sono gli arbusti, la rinnovazione forestale è concentrata solo in poche aree più aperte e luminose. Percorrendo il bosco si possono osservaregli acervi della formica (Formica rufa) e i primi indici di presenza di capriolo, cervo, volpe e scoiattolo. Gli uccelli popolano le chiome sopra di noi e ne possiamo percepire il canto, mentre più difficile ne è l’osservazione diretta. Le specie presenti in questa zona della foresta sono alcune cince, i luì, il rampichino alpestre, il picchio rosso maggiore, il picchio nero, il picchio cenerino e la ghiandaia. La presenza di queste potenziali prede può attirare i tipici rapaci forestali, lo sparviero e l’astore, del cui operato sono testimonianza occasionali spiumate al suolo.   

Cippo 4 - Il vecchio rimboschimento   

Tali lembi di foresta sono poveri di vita animale e vegetale, con un equilibrio ecologico assai precario. Vengono infatti attaccati pesantemente da parassiti, defogliatori e altri agenti patogeni. In ogni caso la presenza di una notevole necromassa (legno morto) è gradita ai picchi che si dedicano alla ricerca di larve e insetti che popolano questo particolare habitat. 

Cippo 5 - Il punto trigonometrico   

Il punto trigonometrico è servito nel passato ai topografi per misurare altezze e distanze delle vette circostanti utilizzando uno strumento ottico, il teodolite, con il quale si eseguivano più misure da punti noti (i “punti trigonometrici”), traguardando vette o alpeggi, nel nostro caso la Cima di Valsolero e la Malga Valsolero di Sotto. Intersecando le misure con un procedimento detto “triangolazione”, con adeguati calcoli si potevano ottenere altitudini e distanze. Oggi, nell’era del GPS, alle misure da terra si sostituiscono misure effettuate dai satelliti su punti in cui viene posto lo strumento elettronico digitale. La crescita del bosco, che sta oscurando il panorama osservato dai topografi del recente passato, rende percettibile il passaggio di un’epoca. La foresta che ci circonda ospita specie di grande interesse, ma assai schive, che è possibile osservare solo di rado e procedendo in silenzio lungo il sentiero. Tra esse spiccano alcuni animali di origine boreale, che hanno raggiunto le Alpi nel periodo delle glaciazioni. Si tratta dei Tetraonidi forestali, tra cui primeggia il gigante degli uccelli forestali europei (raggiunge i 4-5 kg di peso), il gallo cedrone, che ama queste foreste mature e varie. Molto meno appariscente è il più piccolo francolino di monte, della taglia di un piccione ma con un piumaggio estremamente mimetico, che predilige i freschi canaloni ricchi di vegetazione arbustiva e con presenza di latifoglie, un particolare habitat che si incontra poco più avanti. Lungo il sentiero si possono inoltre notare le tracce del passaggio di alcuni predatori forestali come la martora e la volpe. Essi infatti, per segnalare i confini del proprio territorio e lasciare dei messaggi odorosi ad altri conspecifici, marcano con gli escrementi i punti rilevati (pietre o ceppaie) che incontrano lungo il percorso. Queste tracce sono molto utili per determinare la presenza di queste specie e per studiarne il comportamento alimentare.   

Cippo 6 - La valle sospesa   

Lo stacco netto delle pendici ci indica che abbiamo raggiunto la soglia della valle glaciale sospesa osservata da Malga Valtrighetta. Da qui in avanti si abbandona il solco principale della Val Calamento per inoltrarsi nella Valtrigona. In questa zona il ghiacciaio confluiva nel grande fiume di ghiaccio che stava scavando la Val Calamento con un’azione combinata di pressione, movimento e trasporto di materiale litico (si tratta di un processo chiamato “esarazione”). Passate le grandi glaciazioni (l’ultima risale a circa 15-12.000 anni or sono) le nevi perenni si ritirarono verso le testate delle valli, lasciando libere le sedi precedentemente occupate, ulteriormente approfondite dall’erosione fluviale (di cui un esempio è osservabile nella piccola forra a monte della passerella sul torrente Maso). Così, in breve tempo, lo sbocco della Valtrigona restò sospeso a circa 150 metri sopra il fondovalle. La morfologia più dolce dei luoghi ha indotto gli uomini del passato a dissodare la foresta, ricavando piccoli pascoli per il bestiame, di cui ancora oggi si notano le tracce. Ci troviamo infatti ben al di sotto del limite della vegetazione forestale e quindi le radure che si iniziano a intravedere vengono denominate “pascoli secondari”, in quanto derivanti da un intervento umano sul bosco originario, per distinguerli dai “pascoli primari” che invece rappresentano situazioni naturali.       

Cippo 7 - Il pascolo di Malga Valtrigona   

Con un secolare lavoro di dissodamento del bosco gli abitanti di queste valli hanno intagliato la radura di Malga Valtrigona (1632 m s.l.m.) e plasmato i boschi circostanti verso una struttura più rada, maggiormente favorevole allo sviluppo di specie erbacee appetibili per gli animali domestici. La maggiore luminosità, associata alla disponibilità di humus forestale, ha favorito l’ingresso di numerose specie erbacee e di alcuni arbusti. Essendo il pascolo in pendenza, il terreno tende per gravità ad accumularsi nelle zone mediane e inferiori, e infatti è quanto potremo osservare salendo alla Malga. All’inizio incontriamo un rigoglioso mantello di erbe carnose alternate a piante di lampone. Ci troviamo nel cosiddetto “megaforbieto”, una tipica associazione vegetale delle radure forestali con suolo fresco e umido. Sugli steli potremo facilmente osservare alcuni piccoli coleotteri azzurrini o verdognoli. Si tratta dei Crisomelidi, specie di cui si nutrono gli uccelli e i mammiferi Carnivori, come si può notare dalla grande quantità di elitre colorate osservabili negli escrementi. Salendo il pascolo si presenta con maggior ricchezza di fiori come i ranuncoli e di erbe tipiche del “prato pingue”, ricco di nutrienti. È questo il settore più appetito dagli erbivori domestici e selvatici. La concentrazione del bestiame presso la malga, con grande produzione di letame, ha determinato anche l’instaurarsi di una ricca flora nitrofila, il cosiddetto “rumiceto”, poco appetibile per la fauna. Il personale dell’Oasi sta cercando di limitare il rumiceto con lo sfalcio ripetuto del pascolo, azione che tende a favorire altre specie erbacee. Ma, in ogni caso, queste specie scomode si rivelano utili alleate aiutandoci a “digerire” i prodotti organici del nostro metabolismo nell’impianto di fitodepurazione della Malga. Si tratta della zona con alte erbe e arbusti, piante rigogliose che assorbono le sostanze nutritive della fognatura che stagnano in una vasca sotterranea, restituendo a valle acqua pulita.         

Cippo 8 - La frana dopo il ghiaccio   

Ammirando verso monte il paesaggio della zona circostante il capitello, si nota un notevole cambiamento rispetto al ripido bosco sottostante. Ci troviamo su uno dei gradini dell’antica valle glaciale. Il fondovalle si presenta quasi pianeggiante tanto da permettere divagazioni al torrente che, nel corso degli anni, hanno dato origine a piccole piane alluvionali. Il recinto in legno che osserviamo di fronte delimita la presa dell’acquedotto per Malga Valtrigona, mentre alla nostra destra il sentiero si incammina lungo la cresta della morena laterale sinistra del ghiacciaio che percorreva la valle, in un periodo compreso tra i 10 e i 12.000 anni or sono. Dopo aver indugiato sul verde degli alberi e delle grandi erbe (Megaforbie) che ornano il prato tra le acque, l’occhio viene inevitabilmente attratto dal caotico accumulo di grandi massi che scendono dalle pendici di fronte. Si tratta di una grande frana di crollo, tuttora attiva, come testimonia la scarsa colonizzazione di erbe e arbusti, le cui nicchie di distacco sono visibili in alto sotto forma di piccole pareti molto fratturate. Cessata la spinta esercitata dai ghiacciai contro i versanti, sulle pendenze elevate hanno preso il sopravvento i fenomeni gravitativi, e così sono iniziati i crolli che perdurano al giorno d’oggi. I blocchi precipitati si sono poi mescolati in basso alla morena laterale destra dell’ultima fase glaciale, a grandi linee individuabile nel settore colonizzato dal pino mugo. Un ultimo aspetto degno di attenzione è relativo alla presenza, nel piccolo praticello compreso tra il torrente e il sentiero, di un lembo di un habitat prioritario ai sensi della Direttiva UE 92/43 per la conservazioni degli habitat. Si tratta del “Nardeto ricco di specie” identificabile appunto per la presenza della specie guida, il Nardus stricta, un’erba che forma piccoli e caratteristici ciuffi.       

Cippo 9 - Il pascolo arborato a Larice 

Il larice è una specie definita “eliofila”, amante della luce del sole, che quindi colonizza gli spazi luminosi e aperti della montagna. Tali zone in condizioni naturali si trovano presso il margine superiore del bosco, nella zona di transizione tra la foresta e i pascoli alpini. La secolare opera di disboscamento e creazione di maggenghi o di pascoli secondari, operata dall’uomo nelle valli alpine, ha creato condizioni favorevoli all’insediamento della specie anche a quote medio-basse. I contadini di montagna si sono poi accorti che il larice, oltre a fornire un ottimo legname da opera e per le coperture in scandole dei tetti di abitazioni e malghe, se mantenuto rado, garantiva la permanenza al suolo dell’erba, a differenza di altre specie arboree. Era quindi utile mantenere i larici, per avere a disposizione legname non troppo lontano dagli insediamenti e allo stesso tempo un buon pascolo per il bestiame. Nascevano così i “pascoli arborati a larice” che costituiscono una tipologia forestale di grande suggestione paesaggistica, pur se di origine antropica. Un elemento che accomuna la storia del lavoro dell’uomo nei vari distretti alpini. In alcuni casi poi, il pascolo arborato assumeva anche funzioni di difesa idrogeologica dei versanti, laddove i pascoli secondari erano stati ritagliati su ripide pendici montane. La diffusione del larice nella parte bassa dell’Oasi di Valtrigona deriva da un processo come quello descritto. I lariceti circostanti Malga Valtrigona, quelli presenti tra Malga Valtrigona e Malga Agnelezza e nei dintorni di questa, che oggi ispirano un senso di natura selvaggia nel visitatore, in realtà sono frutto del pesante lavoro dei nostri antenati, come testimonia la foresta secolare che ci circonda. Con l’abbandono o la riduzione dei carichi d’alpeggio gli arbusti tendono a colonizzare le zone da cui erano esclusi grazie al regolare pascolamento. È in particolare il rododendro che tende a coprire con un manto continuo le zone precedentemente a prato. Pur essendo il rododendro spettacolare nel momento della fioritura, è opportuno aprire radure e passaggi nell’arbusteto basso sotto il lariceto, per favorire molte specie animali. Nell’Oasi si procederà quindi a una serie di modesti interventi di conservazione di questo particolare tipo di habitat, per mantenere la memoria di un paesaggio legato al lavoro dell’uomo ma anche per favorire il successo riproduttivo di galli forcelli, lepri bianche e altri interessanti rappresentanti della fauna alpina.       

Cippo 10 - I boschi a larice e pino cembro   

Abbarbicati su cenge e pendii si osservano interessanti formazioni a pino cembro e larice. Ci troviamo all’interno dei boschi “subalpini”, denominazione che li distingue dai più diffusi boschi “montani” delle quote inferiori. Le stazioni difficili e rupestri e le posture irregolari e contorte hanno salvato queste piante dal taglio, quando gli alberi venivano abbattuti per allargare i pascoli o per necessità di legname da opera o legna da ardere per gli alpeggi. Si parla in questo caso anche di “boschi primitivi”, ambienti cioè a lentissima evoluzione, in cui alcune piante possono raggiungere molti secoli d’età. In questi ultimi lembi di foresta si incontrano due specie con ecologia differente: il larice e il pino cembro. Il larice è una specie “eliofila”, che colonizza gli spazi luminosi e aperti della montagna ed è quindi stata favorita dal disboscamento operato dall’uomo nei secoli passati. Il pino cembro è un relitto di tempi lontani in cui la foresta si spingeva fino a quote molto elevate, rimasto isolato dove l’asprezza del sito non permetteva il taglio, che sta oggi riconquistando lentamente il suo antico habitat. È importante sottolineare come la Valtrigona si trovi ai margini meridionali dell’areale di questa specie, unico pino alpino che produce gustosi pinoli. I larici secolari, rivestiti di licheni, e i cembri dalle chiome globose sono piante maestose, molto suggestive per il visitatore e allo stesso tempo ricche di vita. Tra le pieghe delle loro cortecce rugose ospitano infatti numerosi insetti, fatto che attira le vivaci e curiose cince (cincia dal ciuffo, cincia mora e cincia bigia alpestre) e il raro ma confidente picchio tridattilo. Gli strobili (le cosiddette “pigne”) forniscono semi oleosi, cibo molto nutriente per molte specie, fra le quali la più caratteristica è la nocciolaia Nucifraga caryocatactes, un uccello di media taglia che accumula gli strobili in vari depositi, contribuendo così a disseminare le specie di cui si nutre.       

Cippo 11 - Il laghetto dei tritoni   

Il laghetto dell’Agnelezza è alimentato da alcune piccole sorgenti che filtrano dalle pendici settentrionali del Monte Pastronezze. Attualmente osserviamo ciò che resta di un lago grande circa il doppio, che comprendeva anche la zona oggi occupata da un’interessante torbiera. Nonostante le dimensioni modeste il laghetto è un ecosistema vario e ricco. Oltre alla caratteristica vegetazione palustre di montagna (eriofori, carici, sfagni e molte altre specie) si possono osservare i voli radenti delle libellule, il pattinare sull’acqua dei Gerridi, insetti che riescono a sfruttare la tensione superficiale del liquido per non affondare, il nuoto di particolari coleotteri subacquei, i Ditiscidi, e, all’inizio dell’estate, il brulicare di centinaia di girini di rana temporaria e tritone alpino. Questi ultimi costituiscono forse la specie simbolo del laghetto: con il loro singolare aspetto di piccoli draghi in miniatura, mimetici sul dorso e con una fiammata di colore arancio sul ventre, affascinano particolarmente i giovani visitatori. Va rimarcato comunque che le pozze e i laghetti alpini sono habitat molto delicati e quindi la nostra interferenza deve essere ridotta al minimo. I piccoli animaletti che abitano queste acque non hanno certamente bisogno delle nostre manipolazioni, mentre è possibile osservarli stando immobili sopra uno dei massi della riva. Star fermi e in silenzio in contemplazione del paesaggio montano è anche uno dei metodi migliori per osservare la fauna selvatica presente, ma “mimetica”, nei pendii attorno a noi.   

Cippo 12 - La fauna alpina e la flora pioniera   

Sopra i 2000 metri di altitudine la vegetazione arborea è ridotta a singoli esemplari o piccoli collettivi di larici o pini cembri, tra gli arbusti prevalgono le specie di piccole dimensioni e il paesaggio si fa più spoglio e aspro, dominato da creste e pareti rocciose, estese pendici detritiche e magri pascoli. Siamo nell’habitat tipico del camoscio e della pernice bianca, al limite superiore di quello del gallo forcello e della lepre bianca. A parte il camoscio, si tratta di specie nordiche giunte sulle Alpi spinte dalle glaciazioni, con particolari adattamenti fisici e comportamentali per sopravvivere alle basse temperature e alla lunga permanenza della neve al suolo. Tra i detriti rocciosi nei millenni si è accumulato materiale organico trasportato da eventi meteorologici, che, mescolato alle sabbie della roccia disgregata, ha originato sacche di terriccio, in cui si insediano le cosiddette “piante pioniere”. Esse colonizzano gli ammassi di pietre, trattengono materiale con le loro radici e contribuiscono man mano a creare uno strato di humus su cui si insediano successivamente specie più esigenti. Nell’Oasi le specie pioniere di maggior visibilità e bellezza osservabili in zone di sottili detriti sono rappresentate dalla Linaria alpina e dalla Saponaria pumilio. Le piante che colonizzano detriti e rocce in alta montagna si sono comunque evolute in svariate forme: osservando i magri pascoli d’altitudine si scoprono infatti piantine filiformi, a rosetta, a cuscinetto, a cespi. Tutte queste conformazioni rispondono alla necessità di proteggersi dalla perdita di calore e d’acqua. Molto spesso poi le piante si proteggono dalle avversità con un grande sviluppo di fusti e radici sotterranei. Dove la colonizzazione delle piante è stata più antica e si è accumulato abbastanza terriccio si osservano i cosiddetti pascoli alpini. Tutte le rocce inoltre sono colonizzate dai licheni. Questi singolari esseri viventi formati dalla simbiosi di un fungo e un’alga, con i loro potenti acidi sgretolano la roccia,  trasformandola in sabbia e contribuendo così anche loro alla formazione del terreno. 

Cippo 13 - I panorami dalla forcella   

Forcella Valtrigona è un valico di una certa importanza, il principale passaggio che permette la comunicazione tra i pascoli di Suerta e d’Ezze e la Val Calamento. Per questo è sempre stato utilizzato per la transumanza delle greggi tra queste zone. Ma, a parte tale aspetto legato alla storia della presenza umana su queste montagne, la forcella può essere considerata un geotopo, per l’estrema varietà e completezza di informazioni sulla storia geologica della zona, che si possono ricavare dall’osservazione del paesaggio circostante. L’osservazione della Valtrigona dall’alto chiarisce le modalità del modellamento della valle. Di qui si distinguono i circhi maggiori, bacini di accumulo per la neve che alimentava la colata glaciale; a valle del laghetto è ben distinguibile la zona dove il ghiacciaio assumeva la massima energia, riuscendo a erodere i fianchi della valle creando il classico profilo a U, prima di tuffarsi in Val Calamento. Anche se l’Oasi finisce in questo punto è impossibile non osservare il paesaggio dell’alta Val di Fregio che si apre di fronte a noi. Ci troviamo immersi nell’habitat alpino, dove l’occhio esperto può individuare le nicchie ecologiche utilizzate dalle marmotte, dall’aquila reale, dalla pernice bianca e dalla coturnice. L’assenza di vegetazione arborea permette la visualizzazione dei fenomeni geomorfologici che in Valtrigona devono essere scoperti con maggiore attenzione. Particolarmente evidenti nell’alta valle sono alcuni cordoni morenici e rock glaciers che sembrano molto recenti, nonostante la quota non troppo elevata della stazione (quote massime prossime ai 2400 m s.l.m.). È probabile quindi che tali forme siano la testimonianza di un microclima locale particolarmente freddo durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale, avvenuta in tempi storici tra il 1550 e il 1850. 

Cippo 14 - Le simpatiche protagoniste di una lenta invasione dell'Oasi 

Questa è la storia di un’attesa invasione dei pascoli alpini dell’Oasi da parte di una specie assente da molto tempo. Si tratta di un interessante fenomeno di ricolonizzazione spontanea. Le marmotte sono presenti con numerose colonie nell’alta Val di Fregio, che con i suoi vasti pascoli rappresenta l’habitat ideale per la specie. Un nucleo dei simpatici roditori è insediato molto vicino a Forcella Valtrigona e, da questo punto, sono iniziati da alcuni anni tentativi di colonizzazione della parte alta della Valtrigona da parte di esemplari isolati in esplorazione. Nell’arco degli ultimi anni, nel settore dell’Agnelezza (versante sinistro orografico dell’Oasi), sono stati più volte osservati alcune tane di neoformazione e piccoli scavi di “saggio”. I primi tentativi probabilmente non sono andati a buon fine per la predazione dei “pionieri”. La marmotta infatti è la preda tipica dell’aquila reale, che riesce facilmente a catturare gli esemplari isolati rispetto a quelli presenti nelle organizzate colonie con vedette che segnalano fischiando il pericolo. Visti gli insuccessi si era prospettato anche il trasferimento di un certo numero di soggetti per aiutare la specie, ma, quasi intuendo le intenzioni dei responsabili dell’Oasi, nel 2003 gli arrivi di marmotte sono stati più numerosi e così la specie è riuscita silenziosamente e autonomamente a stabilirsi in Valtrigona. Nell’estate 2004 sono stati osservati i primi esemplari di marmotta all’interno dell’Oasi, in un settore dal microclima favorevole, con possibilità di raggiungere altri settori adatti nelle vicinanze. L’insediamento di questo piccolo nucleo familiare fa ben sperare nella diffusione futura della specie in Valtrigona, aggiungendo così un importante elemento alle reti trofiche che connettono le forme viventi dell’Oasi e un’attrattiva in più per i futuri visitatori. L’esposizione settentrionale della Valtrigona non è troppo favorevole per l’ecologia della marmotta ma si può comunque ipotizzare una potenzialità di tre colonie della specie in  Valtrigona e una in Val Scartazza.
 
	© Bernd Haynold
Aconitum napellus, Bernd Haynold [CC BY-SA 2.5], da Wikimedia Commons
© Bernd Haynold
 
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Tricopthera,
© marsupium photography
 
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La frustaia
© Aaron Iemma
 
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Tetrao urogallus, Joxerra Aihartza (Nire argazki bilduma / own picture)
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Il pascolo
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La frana dopo il ghiaccio
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Il laghetto dei tritoni
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	© Aarom Iemma
Saponaria pumilo
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	© Aarom Iemma
I panorami della forcella
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	© Maximilian Narr
Marmota marmota,
© Maximilian Narr

Gestione e Strutture

Malga Valtrigona ospita il Centro Visitatori dell’Oasi e le strutture di appoggio logistico per il personale che collabora nella gestione dell’Oasi, mentre Malga Agnelezza serve come appoggio per il pastore che nella stagione estiva conduce gli animali in alpeggio.

Nello stesso edificio si trova un piccolo bivacco, dedicato a Roberto Spagolla, sempre aperto, che offre possibilità di scaldarsi e ripararsi in caso di necessità.
Entrambe le strutture, fondamentali per svolgere in quota attività di sorveglianza, ricerca scientifica ed attività didattiche, sono state recuperate secondo le indicazioni della bio-architettura, utilizzando tutte le attuali teconologie disponibili per il risparmio energetico.

L'Oasi è di Proprietà WWF Italia. Una parte è stata acquistata con i fondi raccolti nell'Operazione Beniamino dedicata alle foreste italiane. 

Nei dintorni

la splendida Catena montuosa del Lagorai, in particolare le Piramidi di Segonzano.
 

La storia

La storia dell’Oasi ha inizio nel 1996, quando una porzione di 104 ettari di Valtrigona, è stata acquistata dal WWF, grazie ai fondi raccolti da soci e sostenitori attraverso l'Operazione Beniamino", entrando così a far parte del sistema di aree protette gestite dall’Associazione in Italia.

Nel 1998 è stata acquisita un’ulteriore porzione portando l’estensione dell’Oasi agli attuali 234 ettari, interamente inclusi nel comune di Telve.
Nell’Oasi, inaugurata il 13 luglio 1997, si promuove la tutela dell’ambiente, la ricerca scientifica e l’attività didattica.

A partire dal 2001 sono iniziati i lavori di recupero di Malga Valtrigona (1632 m s.l.m.) e Malga Agnelezza (1854 m s.l.m.), con impiego di manodopera specializzata e di numerosi volontari, grazie a finanziamenti pubblici, sponsorizzazioni e donazioni di privati.

I lavori sono terminati nella primavera 2003 e nel luglio dello stesso anno sono state inaugurate le strutture nella loro nuova veste. Valtrigona è la prima Oasi WWF con caratteristiche alpine e quindi assume un’importanza notevole nel sistema di aree protette gestite dall’Associazione in Italia. Nel 2010 l’Oasi è diventata Riserva Locale Privata nell’ambito della rete delle Aree protette della Provincia Autonoma di Trento.