Una vittoria da preservare soprattutto oggi. Il 12 e 13 giugno del 2011, travolgendo tutte le previsioni e l’allora maggioranza di governo, i referendum contro la privatizzazione dell’acqua e l’energia nucleare riportarono un chiarissimo successo.
Nonostante una fortissima campagna per l’astensione, fu raggiunto il previsto quorum, superando il 54% degli aventi diritto al voto. E quando si aprirono le urne emerse chiaramente la volontà delle italiane e degli italiani: circa il 95% di chi si recò alle urne votò “sì” imponendo così uno stop alla volontà del governo di privatizzare l’acqua, bene comune per eccellenza, e di ricorrere ad una fonte energetica pericolosa e costosa come il nucleare.
Il WWF Italia fu tra le associazioni, i sindacati e le migliaia di piccole realtà locali che, attraverso una mobilitazione capillare, crearono una vera e propria ondata di partecipazione che interessò veramente tutti: “dalle parrocchie ai centri sociali”, come recitava uno slogan del Forum dei movimenti per l’acqua.
In questi 15 anni siamo stati chiamati più volte a difendere quello straordinario risultato perché quella vittoria, evidentemente mai digerita dai fautori delle privatizzazioni e dai nuclearisti, è stata ed è messa anche oggi in discussione.
Per l’acqua si è registrato un susseguirsi di interventi legislativi che sono sempre andati in direzione contraria allo spirito del referendum, inseguendo l’ideologia che la privatizzazione di un bene comune come l’acqua possa essere la soluzione per evitare i limiti del servizio e le reti idriche colabrodo. Una falsità che si scontra con i casi concreti in cui la privatizzazione è divenuta realtà e che fu già sconfessata dagli italiani nel 2011. Il tutto mentre giace nei cassetti del Parlamento la legge di iniziativa popolare che associazioni e movimenti hanno promosso dal 2007 per garantire una gestione partecipata, efficiente e ambientalmente sostenibile dell’acqua come bene comune.
Ancora peggio sull’energia nucleare, sulla quale il governo è intenzionato a tradire il voto degli italiani riavviando il programma nucleare. Governo e Confindustria fanno finta di non capire che la vittoria sul nucleare nel 2011 non fu solo la risposta al disastro di Fukushima, ma la riaffermazione di quanto gli italiani avevano già deciso nel 1987 in un altro referendum contro il nucleare. Nel 2011 anche esponenti di destra (l’associazione “Fare Verde” faceva parte del Comitato per il Sì all’abrogazione del nucleare) si schierarono contro il nucleare.
La scelta di tornare al nucleare, oggi più che mai, è pericolosa e priva di qualsiasi motivazione tecnico-economica. Dal 2011 a oggi, infatti, non ci sono state particolari novità tecnologiche: già allora, si favoleggiava di un nucleare di IV generazione, che non esiste ancora, e di piccoli reattori. Come ha ammesso Elisabeth Rizzotti, direttrice generale e cofondatrice di Newcleo, sulla tecnologia dei Piccoli Reattori Modulari (SMR) si lavora da 30 anni: nonostante questo, non solo non ci sono modelli commercializzati, ma alcune compagnie di sviluppo della tecnologia sono già fallite sia in Europa che negli USA (un caso per tutti: Ultra Safe Nuclear Corp. – USNC – che ha dichiarato bancarotta alla fine del 2024).
L’unica vera novità dal 2011 a oggi è invece l’enorme sviluppo delle tecnologie rinnovabili, principalmente fotovoltaico ed eolico, accompagnato da quello dei sistemi di accumulo dell’energia, in particolare le batterie, su cui la ricerca sta facendo passi enormi, superando anche alcuni problemi di approvvigionamento dei materiali critici.
Le rinnovabili, poi, non vincono solo in ecologia: oggi il fotovoltaico industriale già costa meno di tutti i combustibili fossili, ma è notevolmente più economico anche rispetto all’energia nucleare prodotta dai reattori modulari di piccole dimensioni (SMR). Il costo livellato dell’energia (LCOE) per il solare fotovoltaico varia da 30 a 60 dollari per MWh, mentre quello degli SMR è attualmente stimato tra i 90 e i 382 dollari per MWh a seconda del progetto, dell’ubicazione e del grado di maturità.
Quanto poi all’illusione dell’indipendenza energetica, il nucleare comporterebbe una dipendenza da altri Paesi, oltre che per la materia prima, anche per la tecnologia (non esiste né esisterà comunque una tecnologia solo italiana), determinando così una sudditanza totale, sia in fase di realizzazione che in fase di gestione.