Una proposta di legge da respingere in blocco
Onorevoli Deputati,
la questione che avete oggi davanti non riguarda soltanto la caccia.
Riguarda il modello di rapporto che il nostro Paese vuole costruire con il proprio patrimonio naturale.Domenico Aiello, WWF Italia
Oggi Il Responsabile WWF per la Tutela giuridica della Natura è stato ascoltato in Commissione Agricoltura della Camera. Ecco i passi salienti del suo intervento:
“Durante il dibattito al Senato si è detto spesso che questa proposta di legge punterebbe semplicemente ad aggiornare una legge vecchia di oltre 30 anni. Ebbene, la legge n. 157 del 1992 non è rimasta immutata negli ultimi trent’anni. Al contrario, è stata già modificata numerose volte e, solo nel corso dell’attuale legislatura, è stata oggetto di ripetuti interventi normativi, 8 in totale, di cui 4 decreti legge e 3 leggi di bilancio che hanno modificato la norma in ben 23 punti.
Un quarto di tutti gli interventi normativi sulla legge 157/92 si è concentrato negli ultimi tre anni. Il tema, dunque, non è che la disciplina venatoria sia rimasta ferma nel tempo e necessiti oggi di una radicale modernizzazione. Il problema è comprendere la direzione di tali modifiche”.
Un progressivo smantellamento delle tutele
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo allentamento di alcuni presidi di tutela, attraverso disposizioni inserite in provvedimenti eterogenei e spesso estranei alla materia venatoria. Questo DDL si inserisce in una traiettoria già avviata, caratterizzata da un progressivo arretramento delle garanzie poste a tutela della fauna selvatica e degli ecosistemi.
È importante ricordare che la fauna selvatica non appartiene a una categoria economica né a una minoranza organizzata. La fauna selvatica costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse dell’intera collettività. Ogni modifica normativa dovrebbe quindi essere valutata alla luce dell’interesse generale, non di interessi settoriali.
Il secondo punto afferisce più da vicino alle competenze di questa Commissione e riguarda la crescente sovrapposizione tra attività venatoria e controllo della fauna, spesso sintetizzata con il termine “gestione”.
A fronte della cosiddetta “emergenza fauna selvatica” negli ultimi anni si è progressivamente affermata l’idea che la caccia possa essere presentata come uno strumento ordinario di gestione della fauna selvatica.
La caccia non è gestione faunistica
La gestione faunistica è una funzione pubblica che deve fondarsi su dati scientifici, monitoraggi, obiettivi misurabili e valutazioni tecniche. La caccia è invece un’attività ricreativa disciplinata dall’ordinamento entro limiti ben precisi.
Confondere questi due piani rischia di produrre conseguenze molto gravi e lo stiamo constatando chiaramente sin da quando, nel 2022, con la modifica dell’art. 19 e l’introduzione dell’art. 19-ter, caccia e controllo sono diventati sinonimi. La gestione della fauna non può essere affidata alla logica del prelievo venatorio che ha obiettivi spesso opposti né può essere utilizzata per giustificare un progressivo ampliamento delle possibilità di abbattimento. (…)
Il bracconaggio e i crimini di natura
Il terzo punto riguarda il bracconaggio e il contrasto alla criminalità contro la fauna selvatica. Questo è il tema di cui mi occupo quotidianamente.
L’Europa ha recentemente approvato una nuova Direttiva sui reati ambientali che impone agli Stati membri di rafforzare in maniera significativa la risposta agli illeciti che colpiscono la biodiversità e le specie protette.
Mentre l’Unione europea chiede maggiori strumenti investigativi, sanzioni più efficaci e un rafforzamento della prevenzione e della repressione, il dibattito italiano sembra orientato prevalentemente ad ampliare gli spazi di esercizio dell’attività venatoria rendendo lecito ciò che oggi è illegale, legalizzando molte pratiche oggi identificate col termine bracconaggio e rendendo più difficile contrastare il traffico illegale di fauna selvatica.
Eppure il bracconaggio continua a rappresentare una minaccia concreta per numerose specie, soprattutto lungo le rotte migratorie e nei territori più sensibili del Paese ma anche una enorme fonte di arricchimento per le organizzazioni criminali.
Indebolire il sistema dei controlli o trasmettere il messaggio che la tutela della fauna sia un ostacolo da superare rischia di produrre effetti culturali e operativi molto pericolosi.
Lo Stato dovrebbe tutelare
Lo Stato dovrebbe invece investire nel rafforzamento dei controlli, nella formazione degli operatori, nel coordinamento tra autorità competenti e nell’attuazione della nuova normativa europea sui reati ambientali.
Onorevoli Deputati, la questione che avete oggi davanti non riguarda soltanto la caccia. Riguarda il modello di rapporto che il nostro Paese vuole costruire con il proprio patrimonio naturale. Riguarda il significato concreto dell’articolo 9 della Costituzione, che tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni.
Riguarda la credibilità dell’Italia rispetto agli impegni europei e internazionali assunti in materia di conservazione della natura.
Per questo vorrei concludere con un appello semplice.
“Fermatevi”
Fermatevi prima di approvare norme che rischiano di indebolire in modo irreversibile il sistema di tutela costruito in oltre trent’anni.
Fermatevi e ascoltate la comunità scientifica, gli enti che si occupano di conservazione, le associazioni, i cittadini che stanno chiedendo una maggiore protezione della biodiversità e non un suo arretramento.
Fermatevi perché la natura italiana non ha voce in quest’Aula. Oggi quella voce dobbiamo essere noi.