Geopolitica della scarsità 2 | WWF Italy

Geopolitica della scarsità 2

Questo nuovo sistema di garantirsi la sicurezza alimentare solleva anche interrogativi relativi alle conseguenze sul mercato del lavoro...
Due paesi coinvolti, Cina e Corea del Sud, intendono in alcuni casi importare la propria forza lavoro. In ogni caso, ci si può chiedere di quale utilità sia ai paesi ospitanti l'introduzione di operazioni di agricoltura fortemente meccanizzata destinata al commercio su vasta scala in luoghi che sono generalmente caratterizzati da altissimi tassi di disoccupazione.
Al salire dei prezzi nella nazione ospite, riuscirà il paese investitore a mietere il grano cresciuto in terra straniera? O dovrà circondare i campi di forze di sicurezza per garantirne il raccolto e la spedizione? Consapevole del potenziale problema, il governo del Pakistan, che sta cercando di vendere o affittare 400.000 ettari, offre una forza di sicurezza di 100.000 uomini per proteggere le terre e gli impianti degli investitori. Contro chi dovranno proteggersi? Contro i Pakistani affamati? O contro i contadini le cui terre sono state confiscate per permetterne la vendita su vasta scala?

Un ulteriore elemento inquietante degli investimenti in terreni coltivabili è rappresentato dal fatto che si stanno concentrando anche su paesi come il Brasile, l'Indonesia e la Repubblica Democratica del Congo, dove aumentare l'estensione dei campi spesso significa abbattere le foreste tropicali che oggi sequestrano grandi quantità di carbonio. Questo potrebbe significare un aumento delle emissioni globali di anidride carbonica e, quindi, un impatto negativo su quei cambiamenti che stanno mettendo a rischio la sicurezza alimentare mondiale.
Il governo Giapponese, l'International Food Policy Research Institute (IFPRI) e altri soggetti hanno suggerito l'introduzione di un codice di condotta per regolare questi accordi verso una forma rispettosa dei diritti di coloro che vivono nei paesi in cui le terre sono acquistate così come i diritti degli investitori. Sembra che sia la Banca Mondiale che la FAO che l'Unione Africana stiano preparando codici di questo tipo.
La crescente insicurezza alimentare sta quindi introducendo una nuova dimensione nella geopolitica della scarsità, con la possibilità di spostarsi al di là dei confini nazionali nella competizione per l'acqua e per la terra. Molte acquisizioni si svolgono in paesi affamati e poveri, dove sottraggono la poca terra fertile agli abitanti. Il rischio è che crescano la fame e l'instabilità politica, portando ad un aumento del numero di stati collassati.

Nessun paese può scampare agli effetti della diminuzione globale delle scorte alimentari, neanche gli Stati Uniti, il granaio del mondo.
Se, ad esempio, la Cina andasse a cercare sul mercato globale grandi quantità di cereali, come ha fatto da poco per la soia, guarderà necessariamente agli Stati Uniti, paese leader nell'esportazione di grano. Per i consumatori statunitensi, l'idea di dover competere per i raccolti di grano con i 1,3 miliardi di consumatori cinesi, il cui reddito continua a salire, è uno scenario da incubo.
In queste condizioni, gli Stati Uniti potrebbero pensare di mettere limiti alle esportazioni, come hanno fatto negli anni settanta con cerali e soia in seguito all'impennata dei prezzi sul mercato interno. Ma non è una scelta che gli Stati Uniti si possono permettere di fare nei confronti della Cina che è creditrice verso gli Stati Uniti per oltre 1000 miliardi di dollari conseguenza del debito pubblico statunitense. La Cina è sovente il primo compratore alle aste mensili di Buoni del Tesoro con cui gli Stati Uniti finanziano il proprio deficit fiscale. In un certo senso, la Cina è diventata il banchiere degli Stati Uniti. Per quanto i prezzi possano continuare a salire, i consumatori statunitensi si troveranno ben presto, volenti o nolenti, a condividere il proprio grano con i consumatori cinesi.

La pessima gestione dell'economia globale contemporanea assomiglia per molti versi a uno schema di Ponzi. Uno schema di Ponzi raccoglie denaro da un'ampia base di investitori e lo usa direttamente per redistribuire rendimenti. Crea l'illusione di promettenti rendite apparentemente dovute a oculati investimenti finanziari quando in realtà i proventi non sono altro che le quote di partecipazione versate dalle nuove reclute. Un fondo di investimento alla Ponzi può durare solo se l'afflusso di nuovi investitori è sufficiente a pagare le parti promesse agli investitori precedenti. Quando non basta più, il sistema collassa , proprio come nel caso del fondo di investimenti da 65 miliardi di dollari di Bernard Madoff nel dicembre del 2008.

Sebbene l'economia globale non è proprio uguale a un fondo di investimenti di Ponzi, ci sono delle somiglianze inquietanti. Fino al 1950 o giù di lì, l'economia globale viveva nei limiti delle proprie possibilità, intaccando solo ciò che era sostenibile ovvero la rendita fornita dai sistemi naturali che la sorreggevano. Ma nel momento l'economia ha preso a crescere, moltiplicandosi con una progressione geometrica ed ingigantendosi fino a superare il campo della sostenibilità, ha cominciato ad erodere le sue stesse fondamenta. In uno studio pubblicato nel 2002 dalla National Academy of Sciences degli Stati Uniti, un gruppo di scienziati capitanato da Mathis Wackernagel ha concluso che i consumi globali della popolazione umana hanno oltrepassato le capacità rigenerative del pianeta intorno all'anno 1980. Nel 2009, le pressioni globali sui sistemi nazionali eccedevano di circa il 30% il tasso di consumo sostenibile. Questo significa che per rispondere agli attuali bisogni stiamo consumando il capitale naturale del pianeta e costruendo una sorta di schema Ponzi in cui, quando questo stesso capitale sarà esaurito, andremo incontro a un collasso.
Alla metà del 2009, quasi tutte le grandi falde acquifere del mondo erano sottoposte ad uno sfruttamento eccessivo. In puro stile Ponzi, abbiamo attualmente più acqua per usi irrigui di quanto ne avessimo prima di avviare questo processo di pompaggio insostenibile. Ci sembra che la situazione dell'agricoltura sia buona, ma la realtà è che circa 400 milioni di persone al mondo sono nutrite usando acqua che ha questo tipo di origine, una situazione che per definizione non può che essere di breve periodo. Con le falde acquifere destinate all'esaurimento, la bolla alimentare permessa dall'agricoltura di tipo irriguo sta per scoppiare.
Simile è la situazione relativa alla fusione dei ghiacciai d'alta quota. Quando questo processo prende inizio, l'acqua che si riversa nei fiumi e nei canali d'irrigazione presenta un volume maggiore. Ma a un certo punto, che corrisponde alla scomparsa dei ghiacciai minori ed alla riduzione di quelli maggiori, diminuisce la quantità d'acqua proveniente dalla fusione del ghiaccio e si riduce la portata dei fiumi. Ecco che in agricoltura agiscono simultaneamente due sistemi di Ponzi relativi alle risorse idriche.
Ma ce ne sono molti altri. Dato che la crescita demografica della popolazione umana e di quella degli animali da allevamento ha un andamento più o meno parallelo, anche la richiesta di foraggio in aumento, supera a un certo punto la capacità rigenerativa di prati e pascoli. Questi si deteriorano, lasciando la terra brulla e aprendo lo spazio all'avanzata dei deserti. Da un certo punto in poi, l'erba non basta più a nutrire gli ultimi capi di bestiame che deperiscono e muoiono. In questo schema di Ponzi, i pastori sono costretti ad affidarsi agli aiuti umanitari, o ad emigrare verso le città.
I tre quarti delle riserve di pesca degli oceani sono sfruttate al limite della loro capacità rigenerativa, oppure oltre, o si stanno riprendendo da una precedente fase di declino. Se continueremo a pescare ai ritmi attuali, molte zone oceaniche arriveranno al collasso. Una zona di mare, o di acqua dolce, si ritiene sovra sfruttata quando si preleva più pesce di quanto riesca a riprodursi. L'esempio classico è la zona di pesca del merluzzo al largo delle coste del Newfoundland in Canada: per lungo tempo una delle zone più pescose al mondo, è collassata agli inizio degli anni novanta e potrebbe non riprendersi mai.

Paul Hawken, l'autore di “Moltitudine Inarrestabile” Edizioni Ambiente, 2009), sintetizza così il fenomeno: “Al momento stiamo rubando al futuro, vendendolo nel presente, e questo lo chiamiamo Prodotto Interno Lordo. Sarebbe altrettanto facile avere un'economia basata sul miglioramento del futuro invece che sul suo saccheggio. Possiamo creare ricchezza per il futuro oppure sottrarla da esso. Il primo approccio possiamo considerarlo come una ricostruzione, il secondo assume il senso di uno sfruttamento”
La questione che sottende tutto questo è: se continueremo a comportarci come se nulla fosse, sfruttando oltre misura le falde idriche, i pascoli, i suoli agricoli, le riserve ittiche e sovraccaricando l'atmosfera di anidride carbonica, quanto ci vorrà prima che l'economia alla Ponzi cominci a sfaldarsi e collassare? Non lo sa nessuno. La nostra civiltà industriale non è mai giunta a questo punto prima d'ora.
A differenza dello schema Ponzi di Bernard Madoff, che era stato creato nella consapevolezza che sarebbe un giorno crollato, la nostra economia globale adotta uno schema simile senza questa conoscenza. Il collasso non è stato pianificato, ma è il prodotto di forze di mercato, incentivi male indirizzati e indicatori di sviluppo di scarsa validità. Ci fidiamo del mercato perché è per molti versi un'istituzione straordinaria: muove le risorse con un'efficienza di mille volte superiore a qualsiasi ente centrale di pianificazione e riesce a mettere rapidamente in equilibrio domanda ed offerta.

Eppure anche il mercato ha le sue debolezze, fondamentali e potenzialmente fatali. Non rispetta i limiti di produzione sostenibile dei sistemi naturali. Inoltre, favorisce il breve sul lungo periodo, senza mettere in conto i bisogni delle generazioni future. Non incorpora nei prezzi dei beni i costi indiretti di produzione. Di conseguenza, non può trasmettere segnali che ci dicano che siamo, in realtà, cascati in una trappola di Ponzi.

Lester Brown