Nazioni allo Sfascio | WWF Italy

Nazioni allo Sfascio

di Lester Brown

Dopo cinquant’anni contrassegnati dalla formazione di nuove nazioni dai vecchi imperi coloniali e dalla frammentazione dell’ex-Unione Sovietica, oggi la comunità internazionale degli stati vive un periodo di disgregazione. L’espressione failing state, per intendere uno stato in crisi estrema o in bancarotta, ha fatto il suo ingresso nel vocabolario delle relazioni internazionali solo nell’ultimo decennio, eppure oggi questa tipologia di nazione viene considerata parte integrante del panorama internazionale. Come riportato da un articolo del Foreign Policy: “Gli stati in declino hanno compiuto un notevole percorso dalla periferia al centro stesso della politica globale”.48




In passato, i governi si sono dovuti preoccupare delle conseguenze di un eccessivo accentramento di potere in un singolo stato, come nella Germania nazista, nel Giappone imperiale e nel caso dell’Unione Sovietica. Oggi, però, è il fallimento degli stati a rappresentare la più grande minaccia all’ordine e alla stabilità internazionale. Ancora secondo il Foreign Policy: “Un tempo i leader mondiali si preoccupavano di chi avesse troppo potere, ora si preoccupano della sua mancanza”.49

Gli stati crollano quando ai loro governi sfugge di mano il controllo di parte o di tutto il loro territorio e non riescono ad assicurare la sicurezza del loro popolo. Quando i governi perdono il controllo del potere, la legge e l’ordine cominciano a disgregarsi. Quando non riescono a provvedere ai servizi basilari come l’educazione scolastica, l’assistenza sanitaria, la sicurezza alimentare, perdono la loro legittimità. Un governo in questa posizione potrebbe non essere più in grado di ricevere entrate sufficienti a finanziare se stesso in modo efficace. La società si può frammentare al punto da perdere la coesione necessaria a prendere decisioni.

Gli stati in crisi spesso degenerano in una guerra civile quando gruppi in lotta tra loro si battono per la conquista del potere. In queste condizioni è facile che i conflitti si estendano verso i paesi confinanti, come nel caso, del genocidio del Ruanda, che ha oltrepassato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove una guerra civile ha fatto strage, dal 1998 ad oggi, di oltre 5 milioni di persone. Nella maggior parte dei casi si tratta di morti non violente, legate al conflitto in maniera indiretta: fame, malattie respiratorie, diarrea e altre patologie conseguenza degli spostamenti forzati di milioni di persone. In Sudan, gli eccidi del Darfur si sono rapidamente diffusi verso il Ciad. Come osserva l’Economist: “Come un individuo con gravi disturbi psichici, così uno stato in declino rappresenta un pericolo non solo per se stesso, ma anche per coloro che lo circondano, e per altri ancora”.50

Gli stati in crisi rappresentano anche possibili campi di addestramento per i gruppi terroristici internazionali, come in Afghanistan, in Iraq e in Somalia, o basi per il mercato delle droghe, come in Birmania-Myanmar o in Afghanistan, paese che nel 2008 è stato il fornitore del 92% di oppio nel mondo, prevalentemente lavorato per produrre eroina. Dati i loro sistemi sanitari estremamente carenti, gli stati deboli possono diventare focolai di malattie infettive, come accade con la poliomielite in Nigeria e in Pakistan, che rappresentano due serie minacce agli sforzi internazionali per eradicare questa terribile malattia.51

I più evidenti indicatori della debolezza di uno stato sono lo smantellamento del sistema di sicurezza pubblica e la correlata perdita del senso di sicurezza personale. Ad Haiti, bande armate si contendevano il dominio sui quartieri fino all’arrivo della forza di pace dell’ONU nel 2004. Da allora, la situazione della sicurezza pubblica è migliorata sensibilmente, tuttavia è ancora comune il fenomeno dei rapimenti per ottenere dei riscatti: per esserne vittima è sufficiente far parte di quel 30% della popolazione abbastanza fortunata da avere un lavoro. In Afghanistan, sono i signori della guerra locali, e non il governo centrale, a detenere il controllo del paese al di fuori di Kabul. La Somalia, che ormai esiste soltanto sulle cartine geografiche, è governata, si fa per dire, da capi tribù che lottano per spartirsi i pezzi di un territorio che una volta era uno stato. In Messico, sono i cartelli della droga a farla da padroni, segnale della presenza di un possibile stato in bancarotta al confine con gli Stati Uniti.52

Sono molte le organizzazioni nazionali e internazionali a tenere una lista degli stati deboli, in via di dissoluzione o falliti. Lo sforzo ad oggi più sistematico di analisi è quello svolto dal Fondo per la Pace (Fund for Peace) in collaborazione con la rivista Foreign Policy, con un indice aggiornato ogni anno e pubblicato sulla rivista nel numero di luglio/agosto. Questo prezioso lavoro, svolto attraverso l’analisi di migliaia di fonti di informazione diverse, offre scorci interessanti sui cambiamenti in atto nel mondo e ci dà una sorta di panoramica di dove, in un certo senso, siamo diretti.53
Dopo cinquant’anni contrassegnati dalla formazione di nuove nazioni dai vecchi imperi coloniali e dalla frammentazione dell’ex-Unione Sovietica, oggi la comunità internazionale degli stati vive un periodo di disgregazione. L’espressione failing state, per intendere uno stato in crisi estrema o in bancarotta, ha fatto il suo ingresso nel vocabolario delle relazioni internazionali solo nell’ultimo decennio, eppure oggi questa tipologia di nazione viene considerata parte integrante del panorama internazionale. Come riportato da un articolo del Foreign Policy: “Gli stati in declino hanno compiuto un notevole percorso dalla periferia al centro stesso della politica globale”.48



In passato, i governi si sono dovuti preoccupare delle conseguenze di un eccessivo accentramento di potere in un singolo stato, come nella Germania nazista, nel Giappone imperiale e nel caso dell’Unione Sovietica. Oggi, però, è il fallimento degli stati a rappresentare la più grande minaccia all’ordine e alla stabilità internazionale. Ancora secondo il Foreign Policy: “Un tempo i leader mondiali si preoccupavano di chi avesse troppo potere, ora si preoccupano della sua mancanza”.49

Gli stati crollano quando ai loro governi sfugge di mano il controllo di parte o di tutto il loro territorio e non riescono ad assicurare la sicurezza del loro popolo. Quando i governi perdono il controllo del potere, la legge e l’ordine cominciano a disgregarsi. Quando non riescono a provvedere ai servizi basilari come l’educazione scolastica, l’assistenza sanitaria, la sicurezza alimentare, perdono la loro legittimità. Un governo in questa posizione potrebbe non essere più in grado di ricevere entrate sufficienti a finanziare se stesso in modo efficace. La società si può frammentare al punto da perdere la coesione necessaria a prendere decisioni.

Gli stati in crisi spesso degenerano in una guerra civile quando gruppi in lotta tra loro si battono per la conquista del potere. In queste condizioni è facile che i conflitti si estendano verso i paesi confinanti, come nel caso, del genocidio del Ruanda, che ha oltrepassato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove una guerra civile ha fatto strage, dal 1998 ad oggi, di oltre 5 milioni di persone. Nella maggior parte dei casi si tratta di morti non violente, legate al conflitto in maniera indiretta: fame, malattie respiratorie, diarrea e altre patologie conseguenza degli spostamenti forzati di milioni di persone. In Sudan, gli eccidi del Darfur si sono rapidamente diffusi verso il Ciad. Come osserva l’Economist: “Come un individuo con gravi disturbi psichici, così uno stato in declino rappresenta un pericolo non solo per se stesso, ma anche per coloro che lo circondano, e per altri ancora”.50

Gli stati in crisi rappresentano anche possibili campi di addestramento per i gruppi terroristici internazionali, come in Afghanistan, in Iraq e in Somalia, o basi per il mercato delle droghe, come in Birmania-Myanmar o in Afghanistan, paese che nel 2008 è stato il fornitore del 92% di oppio nel mondo, prevalentemente lavorato per produrre eroina. Dati i loro sistemi sanitari estremamente carenti, gli stati deboli possono diventare focolai di malattie infettive, come accade con la poliomielite in Nigeria e in Pakistan, che rappresentano due serie minacce agli sforzi internazionali per eradicare questa terribile malattia.51

I più evidenti indicatori della debolezza di uno stato sono lo smantellamento del sistema di sicurezza pubblica e la correlata perdita del senso di sicurezza personale. Ad Haiti, bande armate si contendevano il dominio sui quartieri fino all’arrivo della forza di pace dell’ONU nel 2004. Da allora, la situazione della sicurezza pubblica è migliorata sensibilmente, tuttavia è ancora comune il fenomeno dei rapimenti per ottenere dei riscatti: per esserne vittima è sufficiente far parte di quel 30% della popolazione abbastanza fortunata da avere un lavoro. In Afghanistan, sono i signori della guerra locali, e non il governo centrale, a detenere il controllo del paese al di fuori di Kabul. La Somalia, che ormai esiste soltanto sulle cartine geografiche, è governata, si fa per dire, da capi tribù che lottano per spartirsi i pezzi di un territorio che una volta era uno stato. In Messico, sono i cartelli della droga a farla da padroni, segnale della presenza di un possibile stato in bancarotta al confine con gli Stati Uniti.52

Sono molte le organizzazioni nazionali e internazionali a tenere una lista degli stati deboli, in via di dissoluzione o falliti. Lo sforzo ad oggi più sistematico di analisi è quello svolto dal Fondo per la Pace (Fund for Peace) in collaborazione con la rivista Foreign Policy, con un indice aggiornato ogni anno e pubblicato sulla rivista nel numero di luglio/agosto. Questo prezioso lavoro, svolto attraverso l’analisi di migliaia di fonti di informazione diverse, offre scorci interessanti sui cambiamenti in atto nel mondo e ci dà una sorta di panoramica di dove, in un certo senso, siamo diretti.53

L’analisi identifica 60 paesi ordinati in base al “rischio di conflitti violenti sul fronte interno e di disgregazione sociale”. In rapporto a 12 indicatori sociali, economici, politici e militari, mette in cima alla lista di stati in declino la Somalia, seguita da Zimbabwe, Sudan, Ciad, e dalla Repubblica Democratica del Congo. Ci sono tre grandi esportatori di petrolio, tra i primi 20 stati: Sudan, Iraq e Nigeria. Il Pakistan, attualmente al numero 10 della lista, è l’unico stato in crisi dotato di arsenale nucleare, mentre la Corea del Nord, il numero diciassette, sta sviluppando il suo piano nucleare (vedi tabella 1.1).54

Top 20 dell'indice di declino delle nazioni, 2008
Posizione Paese Punteggio
1 Somalia 114,7
2 Zimbabwe 114,0
3 Sudan 112,4
4 Ciad 112,2
5 Rep.Dem. del Congo 108,7
6 Iraq 108,6
7 Afghanistan 108,2
8 Rep. Centrafricana 105,4
9 Guinea 104,6
10 Pakistan 104,1
11 Costa d'Avorio 102,5
12 Haiti 101,8
13 Myanmar 101,5
14 Kenya 98,1
15 Nigeria 99,8
16 Etiopia 98,9
17 Corea del Nord 98,3
18 Yemen 98,1
19 Bangladesh 98,1
20 Timor Est 97,2

Fonte: Fund for Peace and Foreign Policy, “The Failed States Index”, Foreign Policy, luglio/agosto 2009, pp. 80-93.


I punteggi vengono forniti per ogni indicatore con valori da 1 a 10 e sono poi aggregati in un singolo dato: il Failed States Index, l’Indice di declino delle nazioni. Un punteggio di 120, il massimo, significa che ci troviamo di fronte a una società collassata in tutti i sensi. Nel primo indice del Foreign Policy, stilato con i dati del 2004, solo sette paesi avevano punteggi superiori a 100. Nel 2005, sono diventati nove. Nel 2008 siamo arrivati a 14, il doppio rispetto a quattro anni prima. Una tendenza rilevata su un periodo così breve non può essere considerata statisticamente significativa, tuttavia l’innalzamento dei punteggi delle nazioni più in crisi e il raddoppiamento di quelle con punteggi oltre 100 suggerisce che il fallimento degli stati stia peggiorando e allo stesso tempo si vada estendendo.55

La presenza nel Failed States Index è strettamente associata ad alcune variabili demografiche e ambientali. Tra i primi 20 stati in crisi, 17 hanno tassi di crescita demografica in forte aumento, in molti casi vicini al 3% annuo, pari a una crescita demografica di 20 volte nell’arco di un secolo. In cinque di questi 17 paesi, le donne hanno in media oltre sei figli. In tutti i primi 20 stati tranne sei, oltre il 40% della popolazione ha meno di 15 anni, una statistica che spesso anticipa anni di instabilità politica. Uomini giovani, senza possibilità di impiego, spesso disillusi, sono facili reclute per i movimenti paramilitari.56

In quelle nazioni dove da più decenni è in atto una rapida crescita demografica, i governi possono andare in crisi per la costante diminuzione di terre coltivabili e acqua potabile pro capite, o perché non riescono a costruire scuole abbastanza in fretta da coprire la domanda di una popolazione in età scolare in espansione.57

Il Sudan è il classico esempio di uno stato caduto nella trappola demografica. Economicamente e socialmente, è abbastanza sviluppato da ridurre la mortalità, ma non la fertilità. Il risultato è che le donne hanno in media quattro figli, il doppio del necessario per mantenere l’equilibrio demografico, e la popolazione sudanese, composta da 41 milioni di persone, sta crescendo di oltre 2.000 individui al giorno. La pressione è tale che il Sudan, come decine di altri paesi, si sta disgregando.58

Sono solo tre i paesi tra i primi 20 stati in declino a non essere vittime della trappola demografica. Realisticamente, non potranno sfuggirne da soli. Avranno bisogno di aiuto esterno, e non stiamo parlando di qualche manciata di interventi umanitari, ma di un’assistenza sistematica alla ricostruzione dello stato, o la situazione politica non potrà che continuare a peggiorare.59

Tra i primi 20 nella classifica degli stati in crisi, sono pochissimi quelli che non stanno perdendo la gara tra produzione alimentare e crescita demografica. Quasi la metà dei questi stati dipendono per la sopravvivenza dal Programma alimentare mondiale.60

Le carestie possono essere fonte di forte pressione sui governi. In molte nazioni, l’ordine sociale è entrato in crisi per la prima volta nel 2007, con l’aumento del prezzo delle derrate alimentari e il diffondersi della fame. Rivolte per il cibo e tensioni sociali continuarono durante tutto il 2008 in dozzine di paesi, dalle “rivolte della tortilla” in Mexico alle scene di violenza nelle file per il pane in Egitto, e le proteste per il tempeh (un prodotto della lavorazione della soia simile al tofu) in Indonesia. Tutti segnali della disperazione dei consumatori intrappolati tra i redditi bassi e i prezzi in salita. Ad Haiti, l’impennata dei prezzi al consumo dei generi alimentari ha contribuito a far cadere il governo.61

In Pakistan, al raddoppiare del prezzo della farina di frumento, ogni camion di grano è stato protetto da un soldato armato come scorta, per prevenire furti e impedire che il prezioso cereale fosse illegalmente trasportato oltre confine, in Afghanistan. A Kandahar, in Afghanistan, i banchi del mercato sono stati rapinati da ladri armati, fuggiti con in mano qualche sacco di grano. Nel 2008, in Sudan, camion pieni di grano che stavano consegnando gli aiuti del Programma alimentare sono stati dirottati prima che potessero raggiungere i campi profughi del Darfur.62

Un’altra caratteristica degli stati in declino è un graduale peggioramento delle infrastrutture: strade, rete elettrica, idrica e fognaria. Mentre la gente lotta per la sopravvivenza, la cura per gli ecosistemi passa in secondo piano. Foreste, praterie e campi vanno in rovina, in una spirale che si avvita verso l’autodistruzione. Altro aspetto che contribuisce al declino del sistema è la riduzione degli investimenti esteri e la disoccupazione che ne deriva.

In molti paesi sono le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali a occuparsi di mantenere la pace, spesso senza successo. Tra le nazioni in cui sono presenti le forze di pace dell’ONU troviamo il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo e la Costa d’Avorio. Altre zone in cui agiscono altre forze di pace internazionali sono l’Afghanistan, Haiti e il Sudan. Sin troppo frequentemente sono presenze più simboliche che reali, che possono impedire il collasso totale, ma non abbastanza forti da assicurare la stabilità necessaria alla ricostruzione e allo sviluppo sul lungo periodo.63

In paesi come Haiti e l’Afghanistan si sopravvive solo grazie alla respirazione artificiale assicurata dagli organismi internazionali. Si vive di aiuti, economici e alimentari. Ma non ce ne sono abbastanza per ribaltare l’ingravescente tendenza al declino sostituendola con la stabilità politica e demografica necessaria a sostenere il progresso economico.64

In un’epoca di crescente globalizzazione, il sistema internazionale si regge su una rete cooperativa di stati: se i governi perdono la capacità di governare un territorio, di riscuotere le tasse, come possono essere responsabili di debiti e altri impegni internazionali? Più stati falliscono, più saranno i debiti destinati a restare insoluti. Inoltre, qualunque sforzo di controllare le reti terroristiche internazionali dipende dalla cooperazione di stati efficienti, ed è messo in crisi dal loro fallimento.

In aggiunta a ciò, la protezione delle specie a rischio di estinzione dipende quasi sempre dalla cooperazione internazionale. In paesi come la Repubblica Democratica del Congo, dove le organizzazioni nazionali non esistono praticamente più, la fame imperversa e il caos regna sovrano, gli esemplari di gorilla di montagna sono diminuiti rapidamente. La storia si ripete simile in tutta l’Africa, dove si trovano gli ultimi habitat di tantissime specie di grandi mammiferi.65

Al crescere del numero degli stati in declino, si fa sempre più difficoltoso affrontare le crisi a livello internazionale. Provvedimenti relativamente facili da prendere in un mondo ordinato, quali il mantenimento della stabilità monetaria o il monitoraggio di una nuova epidemia, potrebbero diventare difficilissimi, forse impossibili, in un mondo pieno di nazioni al collasso. Anche lo stesso approvvigionamento di materie prime potrebbe diventare un percorso a ostacoli. A un certo punto, il diffondersi dell’instabilità politica potrebbe sconvolgere lo sviluppo economico globale, un rischio che ci suggerisce di affrontare il problema del declino degli stati con rinnovata urgenza.


Note

48. Fund for Peace and Foreign Policy, “The Failed States Index”, Foreign Policy, luglio/agosto 2005, pp. 56-65.

49. Ibid.

50. Lydia Polgreen, “In Congo, Hunger and Disease Erode Democracy”, New York Times, 23 giugno 2006; International Rescue Committee, Mortality in the Democratic Republic of Congo: An Ongoing Crisis, New York gennaio 2008, p. ii; Lydia Polgreen, “Hundreds Killed Near Chad’s Border With Sudan”, New York Times, 14 novembre 2006; “A Failing State: The Himalayan Kingdom Is a Gathering Menace”, The Economist, 4 dicembre 2004.

51. “The Indian Ocean: The Most Dangerous Seas in the World”, The Economist, 17 luglio 2008; U.N. Office on Drugs and Crime, World Drug Report 2009, Vienna giugno 2009, p. 34; Ania Lichtarowica, “Conquering Polio’s Last Frontier”, BBC News, 2 agosto 2007.

52. Neil MacFarquhar, “Haiti’s Woes Are Top Test for Aid Effort”, New York Times, 31 marzo 2009; U.S. Central Intelligence Agency, The World Factbook, www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook, aggiornato al 26 giugno 2009; Madeleine K. Albright and Robin Cook, “The World Needs to Step It Up in Afghanistan”, International Herald Tribune, 5 ottobre 2004; Desmond Butler, “5-Year Hunt Fails to Net Qaeda Suspect in Africa”, New York Times, 14 giugno 2003; Emilio San Pedro, “U.S. Ready to Aid Mexico Drug Fight”, BBC News, 2 marzo 2009.

53. Fund for Peace and Foreign Policy, “The Failed States Index”, Foreign Policy, luglio/agosto, 2005-09.

54. Fund for Peace and Foreign Policy, “The Failed States Index”, Foreign Policy, luglio/agosto 2007, pp. 54-63; tabella 1-1 da Fund for Peace and Foreign Policy, “The Failed States Index”, Foreign Policy, luglio/agosto 2009, pp. 80-93.

55. Fund for Peace and Foreign Policy, op. cit. nota 53.

56. U.N. Population Division, op. cit. nota 5; Fund for Peace and Foreign Policy, luglio/agosto 2009, op. cit. nota 54; Richard Cincotta and Elizabeth Leahy, “Population Age Structure and Its Relation to Civil Conflict: A Graphic Metric”, Woodrow Wilson International Center for Scholars Environmental Change and Security Program Report, vol. 12 (2006-07), pp. 55-58.

57. Fund for Peace and Foreign Policy, luglio/agosto 2009, op. cit. nota 54.

58. Ibid.; U.N. Population Division op. cit. nota 5.

59. Fund for Peace and Foreign Policy, luglio/agosto 2009, op. cit. nota 54; U.N. Population Division, op. cit. nota 5.

60. Fund for Peace and Foreign Policy, luglio/agosto 2009, op. cit. nota 54; U.N. World Food Programme, op. cit. nota 26.

61. Financial Times, op. cit. nota 21; Carolyn Said, “Nothing Flat about Tortilla Prices: Some in Mexico Cost 60 Percent More, Leading to a Serious Struggle for Low-Income People”, San Francisco Chronicle, 13 gennaio 2007; Adam Morrow, Khaled Moussa al-Omrani, “Egypt: Rising Food Costs Provoke Fights Over Subsidised Bread”, Inter Press Service, 26 marzo 2008; Raphael Minder, John Aglionby, Jung-a Song, “Soaring Soybean Price Stirs Anger Among Poor”, Financial Times, 18 gennaio 2008; Joseph Delva, Jim Loney, “Haiti’s Government Falls after Food Riots”, Reuters, 12 aprile 2008.

62. Keith Bradsher, “High Rice Cost Creating Fears of Asian Unrest”, New York Times, 29 marzo 2008; Kamran Haider, “Pakistani Troops Escort Wheat Trucks to Stop Theft”, Reuters, 13 gennaio 2008; Nadeem Sarwar, “Pakistan’s Poor, Musharraf Reeling Under Wheat Crisis”, Deutsche Presse-Agentur, 14 gennaio 2008; Carlotta Gall, “Hunger and Food Prices Push Afghanistan to Brink”, New York Times, 16 maggio 2008; U.N. World Food Programme, “Almost 6 Million Sudanese Await WFP Support in 2009”, www.wfp.org, 5 marzo 2009.

63. United Nations, “United Nations Peacekeeping Operations”, www.un.org/Depts/dpko/dpko/bnota.htm, visionato l’8 giugno 2009; North Atlantic Treaty Organization, “NATO in Afghanistan”, www.nato.int/issues/Afghanistan/index.html, aggiornato al 27 marzo 2009.

64. U.N. World Food Programme, op. cit. nota 26.

65. Stephanie McCrummen, “In an Eastern Congo Oasis, Blood amid the Greenery”, Washington Post, 22 luglio 2007.