La crisi delle trappole nel Sud-est asiatico | WWF Italy

LE TRAPPOLE MINACCIANO LA FAUNA NEL SUDEST ASIATICO

Il Sudest asiatico ospita alcuni degli animali più rari e carismatici al mondo, ma nel corso del XX secolo ha subito un'ondata di estinzioni.

La minaccia principale?


Oltre alla distruzione dell'habitat, sono le trappole

© Denise Stilley / WWF-Vietnam

Trappole rudimentali, spesso realizzate con fili o cavi di ferro, che stanno minacciando oltre 700 specie che abitano le aree protette di Laos, Cambogia e Vietnam.


La presenza du questi lacci infernali è spinta dalla domanda di prodotti illegali per il commercio di animali selvatici e aumenta le possibilità di contatto diretto tra l'uomo e la fauna selvatica, quindi la probabilità del verificarsi di nuove gravi zoonosi.
I ricercatori, infatti, hanno identificato molti degli animali presi di mira da queste trappole, fra cui il cinghiale, lo zibetto delle palme e il pangolino, come quelli con più possibilità di essere vettori di zoonosi. 

Sono molti gli sforzi fatti dagli esperi e dalle squadre di soccorso sul campo, ma non ancora sufficienti.  I governi del sud-est asiatico devono rafforzare e migliorare l'applicazione delle leggi nazionali, affinché rappresenti un efficace deterrente contro questa barbara pratica, oltre a coinvolgere le popolazioni indigene e le comunità locali e convincerle a collaborare per fermare questa minaccia.

I RACCONTI DI TRE ESPERTI SUL CAMPO

I viaggi di Luong Viet Hung, Responsabile aree protette WWF-Vietnam

"Ci sono state volte in cui abbiamo rimosso migliaia di trappole durante un viaggio di pattugliamento di soli sette giorni"


Da quando ha iniziato a lavorare con il WWF-Vietnam nel 2010, il responsabile delle aree protette Luong Viet Hung ha trascorso gran parte del suo tempo nella foresta, guidando un modello di sorveglianza forestale basato sul coinvolgimento delle comunità locali e incentrato sulla rimozione delle trappole nel Central Annamites Landscape.
Ogni mese ha accompagnato le squadre in pattugliamenti di 15 giorni nella foresta, dove sono state trovate quantità spaventose di trappole. Spesso Hung e la sua squadra trovavano trappole lungo le recinzioni che i cacciatori costruiscono per convogliare gli animali verso le loro trappole letali.

"La recinzione mobile era lunga centinaia o migliaia di metri. Ero scioccato e sconvolto nel vedere così tanti cadaveri di animali selvatici intrappolati. Gli altri membri hanno avuto la stessa reazione; i loro volti erano tristi e increduli- racconta Luong Viet Hung-. Ma dopo un momento di silenzio, la squadra sapeva già come agire". 

"Senza il bisogno di scambiarci una sola parola abbiamo agito, distruggendo la recinzione mobile, raccogliendo i fili e registrando i dati di campo sulla nostra scheda tecnica- aggiunge il responsabile-. Ci sono state volte in cui abbiamo rimosso migliaia di trappole nel corso di un viaggio di pattugliamento di soli sette giorni".

Dal 2011 al 2019, il programma di sorveglianza forestale della comunità ha rimosso e distrutto oltre 100.000 trappole all’interno di due sole riserve naturali.
A breve termine, la rimozione delle trappole previene probabilmente molteplici decessi.
 
"Riuscite a immaginare cosa sarebbe successo se queste trappole non fossero state rimosse e distrutte? Forse 100.000 animali sarebbero rimasti intrappolati e uccisi"
 

Tuttavia le trappole spesso ritornano e Hung sottolinea la necessità di un approccio più completo per combattere questa terribile pratica.
 
"Il bracconaggio non è un'attività indipendente, è una catena composta da molti anelli che comprende comunità locali, agenzie di protezione, commercianti, ristoranti, mercati, consumatori ecc. Per porre fine al bracconaggio, abbiamo bisogno di una soluzione globale che promuova mezzi di sussistenza sostenibili per le comunità locali e che cambi i comportamenti e la consapevolezza riguardo alla caccia di fauna selvatica. Dobbiamo puntare sul coinvolgimento delle comunità locali per rafforzare la gestione delle aree protette e il commercio della fauna selvatica", conclude il Responsabile aree protette di WWF-Vietnam. 

la storia di Nick Marx, direttore del programma di salvataggio e liberazione della Wildlife Alliance



"L'ultima cosa che vogliamo è tenere gli animali selvatici in gabbia"


Per fortuna non tutti gli animali che rimangono intrappolati muoiono.

Nick Marx è il direttore del programma di salvataggio e liberazione della Wildlife Alliance in Cambogia. Lui e il suo team hanno risposto a innumerevoli segnalazioni di animali intrappolati che necessitavano di cure veterinarie urgenti; animali come Chhouk, l’elefante orfano.
 
"Chhouk era piccolo quando nel 2007 è stato trovato da una pattuglia del WWF a Mondulkuri, nel nord-est della Cambogia. Era stato catturato da una trappola che gli aveva causato gravi ferite ad una gamba. Siamo stati chiamati ad aiutarlo e lo abbiamo portato al santuario della fauna selvatica di Phnom Tamao", racconta Nick.
 
È stata una toccata e fuga. All'inizio non erano sicuri che l’animale sarebbe sopravvissuto.
 
"Siamo riusciti a farlo stare meglio, poi non ci restava che affrontare il problema della gamba amputata. Dopo aver contattato varie organizzazioni che si occupano della realizzazione di protesi, finalmente la Scuola cambogiana di protesi e ortesi ha accettato di costruire una gamba protesica per Chhouk. Dopo 13 anni, ora sta indossando la sua 14° o 15° protesi".

Chhouk è un fortunato sopravvissuto, ma purtroppo è costretto a vivere in cattività per il resto della sua vita.
"L'ultima cosa che vogliamo fare è tenere gli animali selvatici in una gabbia, per cui li riportiamo il più possibile liberi in natura, ma questo non è sempre possibile: gli animali con tre zampe hanno pochissime possibilità di sopravvivere nella foresta".

Nella ricerca di combattere questa snervante crisi in Cambogia, la Wildlife Alliance sta sostenendo un gruppo forestale comunitario ai margini della foresta pluviale di Cardamom, la cui missione disperata è proteggere un branco di banteng minacciati dalle trappole.

Fra il personale della Wildlife Alliance ci sono anche ex cacciatori, ma che ora si guadagnano da vivere proteggendo la fauna selvatica della Cambogia.

Esistono molte brave persone che vogliono proteggere la loro fauna selvatica, e noi dobbiamo sostenerle". Ma c'è anche bisogno di un'azione a livello governativo, con leggi adeguate e fatte rispettare". Se i governi vogliono mantenere in vita la fauna selvatica del Paese, devono agire ora".

L'incontro con la tigre di Mark Damaraj, responsabile del programma di conservazione delle tigri, WWF-Malaysia


"Non è così che immaginavo sarebbe stato il mio primo incontro con
una tigre selvaggia in Malesia".



Mark Rayan Damaraj lavora ai progetti per la conservazione delle tigri con il WWF da 16 anni, e ora è a capo del Programma di conservazione delle tigri del WWF-Malesia.

Nel 2009, le squadre di pattuglia del WWF hanno scoperto una tigre all'interno del complesso forestale Belum-Temengor. Era stata catturata in una trappola, ma era ancora viva. Mark ha raggiunto il luogo della trappola in tarda serata e ha parcheggiato sulla strada a soli 600 metri da dove si trovava la tigre. La squadra rimase di guardia tutta la notte, in attesa che i bracconieri tornassero a prendere la tigre. Ma non lo fecero.
 
All'alba è iniziata l'operazione di salvataggio.
Il personale del Dipartimento della fauna selvatica e dei parchi nazionali ha anestetizzato e liberato e la tigre e l'ha posizionata in una barella.

"Ho avuto il privilegio di avvicinarmi all'animale prima che venisse tranquillizzato, ma non dimenticherò mai i ruggiti di angoscia e la paura nei suoi occhi ancora minacciosi. Quando la zampa è stata liberata dalla trappola, ho potuto vedere la profonda ferita che le aveva inferto. L'osso era visibile. Vedere il re della giungla ridotto a questo vulnerabile stato di sofferenza ha provocato in me un vero shock".

Circa una settimana dopo, Mark è stato informato che la tigre era morta.
 
"Mi ci è voluto un po' di tempo per riprendermi da questa tragica notizia e ritrovare la motivazione, ma alla fine ci sono riuscito e ho giurato di dare il meglio di me per proteggere le tigri".
 
E Mark non era solo. Per rispondere alla crisi che ha fatto scendere la popolazione di tigri del Paese al di sotto dei 200 individui rispetto ai 500 del 2003, le comunità locali si sono unite al WWF per perlustrare la foresta per rimuovere le trappole e scoraggiare i bracconieri. Si è trattato di un'iniziativa urgente soprannominata "Progetto Stampede".
 
"Ora abbiamo 75 membri del personale indigeno anti-bracconaggio che ci aiutano a rimuovere le trappole e a scoraggiare i bracconieri nell’area forestale di Belum Temengor. L'anno scorso sono state rilevate solo due trappole attive, e i bracconieri che le hanno piazzate sono stati alla fine arrestati".

"Le mie conversazioni con gli indigeni mi hanno insegnato che la foresta è indissolubilmente legata alla loro vita. Considerano le tigri come I guardiani delle foreste, e anche se cacciano alcuni piccoli mammiferi, alcuni primati e uccelli per alimentarsi, apprezzano e rispettano tutta la fauna selvatica, per cui questa operazione di bracconaggio indiscriminato e crudele è vista come un modo feroce di spazzare via tutta la fauna selvatica".
 
Le pattuglie della comunità stanno già giocando un ruolo enorme nel rendere le foreste sicure per le tigri. I ritrovamenti attivi di trappole sono stati ridotti dell'89%, ma Mark ritiene che ognuno abbia un ruolo da svolgere nel fermare i bracconieri che usano le trappole, dalle comunità indigene e dalle forze di sorveglianza al governo e ai principali responsabili delle decisioni.
 
"La Malesia ha bisogno di più personale di polizia per sorvegliare la foresta. Gli sforzi per lavorare con le comunità per essere parte della soluzione devono essere maggiori. E, in ultima analisi, la volontà politica di dare priorità agli sforzi per ridurre questa minaccia deve essere rafforzata in modo che negli anni a venire ci sia ancora fauna selvatica nella nostra foresta".